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Da via delle Sperandie, si scende alle Fonti delle Monache accompagnati da un signore cordiale ed elegante. Lentamente camminando, illustra la storia del luogo: dalla vita di clausura delle monache benedettine di Sant’Agnese, al recente restauro curato dell’Associazione ‘La Diana’. Giunti alla Fonte, la guida invita gli ospiti a prendere posto ai bordi di una vasca piena d’acqua sulla quale, all’incrocio di due assi di legno, è posizionata una vecchia sedia. Vi si accomoda e prosegue il racconto delle benedettine.
D’un tratto, senza il minimo preavviso, una frase inattesa: “È al terzo appuntamento che le invito a casa”. Di chi sta parlando? Le monachine? Il silenzio tra una parola e l’altra si è fatto pesante. La visita guidata si trasforma in modo repentino nella confessione privata dei vizi di un uomo, molto probabilmente, ‘schifoso’. A quanto dice, propone a giovani donne un incontro a casa sua. Conquistato l’agio della cordialità irrompe: “Come la prenderesti se ti legassi?”. Molte accettano, poche rifiutano. Il racconto si sviluppa nei minimi dettagli fino al finale, dove lo spettatore è costretto a rilevare uno stretto legame tra la sua condizione e quella delle ‘vittime’.
Dove finisce il normale dialogo con le gentili ospiti e dove inizia la proposta indecente? Dove si conclude la visita alle Fonti e dove scatta il ‘gioco’ teatrale? C’è un momento preciso che occorre sondare, dove si segna il passaggio tra un ‘patto’ comunicativo e l’altro.
La regia di Giuliano Lenzi e l’interpretazione di Ugogiulio Lurini in B.I.C.U.S. restituiscono a livello drammatico i problemi teorici alla base delle Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace: la capacità del discorso di costituirsi come strumento di plagio e ricatto, ma anche come ricerca di sé.
Che cosa resta del modello dell’‘intervista’ se la figura dell’intervistatore tace e il suo ruolo coincide con un puro uditore-spettatore? È la forma del confessionale a prendere campo: la necessità di sostenerci a vicenda – oggi attori, domani spettatori – nel gioco di costruzione delle identità soggettive.
Francesco Zucconi
Solo il rumore elettrico di un rasoio interrompe il silenzio e sul fondo grigio color metallo una luce fioca illumina l’aitante Maurizio Camilli della compagnia Balletto Civile, protagonista insieme ad Ambra Chiarello di Col sole in fronte, vincitore del Premio Nazionale della Critica 2010.
Una volta guadagnato il centro della scena è l’attore stesso a fornirci le indicazioni su come guardare lo spettacolo e cosa aspettarsi: “In questo spettacolo si ride, attenzione a non ridere troppo” dice lo stesso Camilli, in bilico tra artista e personaggio, e ancora ci informa che canterà poco e danzerà quanto basta: una sorta di libretto di istruzioni.
Il giovane rampollo veste solamente dei lunghi pantaloni bianchi e a petto nudo si mette in bella mostra sfoggiando simpatia e savoir faire, dialogando in dialetto veneto. Subito dopo ci presenta il dramma della morte del padre - imprenditore nel campo dell’alluminio - avvenuta sul posto di lavoro. In più scene rimarca la propria frustrazione per la sua condizione di semplice operaio, pur essendo futuro erede dell’impero del padre. Un prolungato senso di colpa risuona come un’ammissione plausibile di colpevolezza, mascherata però dalla ricerca di un presunto responsabile. È infatti tanta e molto forte la voglia di riscatto e rivendicazione dei propri diritti biologici e societari.
Una danza spasmodica fa da filo conduttore ai momenti turbolenti che si vengono a creare tra il giovane e la presenza femminile in scena. Una madre, una badante, una coscienza con la quale misurarsi, dalla quale farsi contenere quasi fosse un manto protettivo e ossessivo, con cui lottare per la supremazia di quello status imprenditoriale a lui mai riconosciuto. È soltanto lei ormai l’unico ostacolo per ottenere il comando della società paterna - di cui unica beneficiaria è la madre - ed avere finalmente la sanzione che crede spettargli. La relazione tra i due è fortemente ambigua, dalle rallentate colluttazioni che appaiono a tratti delle fusioni dalle sfumature sessuali a un danzato litigio che pare ristabilire il distacco tra i due personaggi sulla scena.
Ciò che si evince è l’assoluta dipendenza del giovane a questa figura femminile che possiamo ipotizzare essere il simulacro della madre, la quale cura, quasi fosse una badante, maniacalmente, egoisticamente, questo rampollo dai tratti simpatici ma alquanto problematici: quasi volesse proteggerlo sotto una campana di vetro.
Domenica Francesca Lo Giudice
Sullo sfondo una parete di alluminio. Le tante facce del suo grigiore richiamano l’immagine di una mente inquieta e confusa, dentro una dimensione esistenziale con cui fare i conti e che non fa sconti. È ciò che va in scena in Col sole in fronte di Maurizio Camilli e Michela Lucenti di Balletto Civile, storica compagnia di teatro danza.
Lo stesso Camilli interpreta il giovane erede di una generazione di imprenditori veneti, un belloccio dall’atteggiamento impavido, solo, senza amici né una compagna, che ci parla della sua vita con leggerezza e sfrontatezza.
Il suo racconto frammentario si snoda in relazione alle apparizioni intermittenti di un’ambigua figura femminile, interpretata da Ambra Chiarello, una madre/badante che si prende cura di lui, che avanza silenziosamente sul palco, danzando con movenze meccaniche. Non c’è posto per la poesia, ma solo per l’irrefrenabile desiderio del protagonista di avere successo. Come lo scarafaggio australiano che per guadagnare il territorio deve uccidere il proprio padre, il protagonista è disposto a ricorrere all’estrema soluzione per raggiungere il proprio obiettivo.
La freddezza dell’alluminio rispecchia l’animo di un uomo in cui si annidano il mistero che ruota attorno alla morte del padre e il desiderio ossessivo di eliminare la madre, l’ultimo impedimento alla conquista dell’eredità paterna.
Nel finale si giunge alla lotta corporea, dove movimenti stilizzati compongono una coreografia che esalta il rapporto ombelicale del figlio contro una madre scomoda e ingombrante. Le due fisicità si scontrano in una guerra tra due mondi avversi, destinati a schiantarsi senza possibilità di conciliazione.
Rosa Barca