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Due cabine elettorali, un piccolo tavolo con una scatola su cui è scritto “Ministero dell’Interno”, fogli e matite accanto. Il bianco domina i teli delle quinte, il legno delle cabine e il cartone della scatola, in una scena che suggerisce un seggio elettorale, lontano dalla consueta immagine a cui la realtà ci ha abituati. Questo lo scenario in cui, una ad una, si muovono tre Sagome bizzarre, vestite di colori stravaganti che suscitano le risa degli spettatori. Con movenze comiche, miste di animalesco e alieno, e senza mai proferire parola, cominciano ad esplorare un luogo sconosciuto, fra guizzi, giochi e curiosità infantili, scoprendo finalmente la scatola, fulcro della scena. È pesante per le loro braccia, impossibile da spostare, e i loro inutili tentativi si trasformano in quadri esilaranti, specie nel momento in cui la scatola è per sbaglio sfiorata e fatta cadere a terra. Con fatica riescono a riporla sul tavolo, ma tutto è accaduto. Ne sono entrati in contatto e restano quasi contagiati dalla gravosità di quel peso, ne divengono schiavi. La carta e la penna il loro unico mezzo, il voto l’unico intento, che li percuote di brividi di piacere, annebbiandone le percezioni. Si vota con mollette che tappano il naso, ma uno dei “vermoni” non riesce a seguire le azioni degli altri che, anzi, lo osteggiano in ogni suo tentativo, privandolo della possibilità di votare ed arrivando a veicolarlo nella scelta. Questo il primo quadro scenico che porta con sé tematiche molto attuali, lasciando la libertà allo spettatore di ritrovarvi una propria lettura. Il peso di un unico voto, l’assenza del libero arbitrio, l’imposizione velata di scelte altrui e la facile corruttibilità di animi ingenui, sono alcuni degli spunti presenti e si sprigionano lentamente fra le ilari espressioni degli attori. Comicità quindi, ma che preserva significante e significato.
Le dinamiche si evolvono in tre quadri legati e in netto contrasto. Nelle cabine due realtà, comico e malinconico, convivono come sfondo musicale, l’uno in dita che sfregano un palloncino rosso, l’altro in un soffio di un’armonica: una cantante che intona “Boys don’t cry”, costruendo una scena tripartita, in cui lo spettatore può scegliere su cosa e chi volgere lo sguardo. Sono sempre loro, certo, ma trasformati, plasmati dalla Terra. O forse sono altri? Questi i pensieri che combattono nella mia mente. Ma che importa, osservo e sento, questo mi basta. In un attimo quelle due stesse realtà si trovano a contendersi il testimone per poter procedere nell’azione, ma la battaglia non ha fine, non si risolve adesso, non è il momento. L’ambientazione, con un cambio a vista delle cabine unite in un unico blocco operativo, diventa una casa in cui tre personaggi, suppongo padre, madre e figlio, cominciano ad agire. La comicità non ha lasciato il palco, pur macchiata di grottesco, e si mostra nella tensione sessuale tra i genitori che sembrano guardare al figlio come un peso, tanto da portare entusiasti in scena un dono, quella stessa scatola, cambiata, evoluta e scartata con avidità convulsa di fronte all’incredulità del figlio. Niente sorrisi per lui, solo la consapevolezza di doversene andare ed entrare nel mondo. Questo il messaggio percepito nel vederlo vestirsi con abiti a lui estranei, caricato di tavolo, sedia e vassoio del caffè e ammutolito con l’armonica che gli viene posta in bocca ed esala le sue ultime note. Ritorna, sì, ma porta con sé soltanto malinconia, che finalmente vince il testimone e diviene la regina della scena. Le due figure, un tempo dinamiche, sono adesso stanche, vecchie, trascorse. Anche lui è cambiato. Quell’ingenua incredulità ha lasciato il posto soltanto a disinteresse e freddezza. Ed ecco che si apre l’ultimo quadro: la madre, appesantita dal grasso e dal tempo, sembra alzarsi da terra, guizzare verso una luce che viene dall’alto, accompagnata dal suono melodico di dita passate sul bordo di bicchieri. Ma non è un riscatto e nemmeno una rinascita. Il suo volto è trasfigurato, quasi demoniaco nel vedere il marito morto sotto il suo peso. Dal sorriso meravigliato passa a schizofrenia pura, in cui le mani si agitano, le risa invadono la platea, morendo in un qualcosa che assomiglia al pianto. Buio.
Questa la mia visione de Le Sagome: angoscia e sofferenza, scelte indotte e vendetta indifferente; ma sia chiaro, soltanto la mia. Non si può esplicare del tutto e darne un’unica lettura. Dalla scena si aprono spunti di riflessione, dettati dall’anima di chi vede e non di chi agisce. Emozioni che nascono forse perché sopite e risvegliate dai quadri visivi sparati in platea. Posso dire che alla fine a stento ho trattenuto le lacrime, scoppiando in un pianto liberatorio. Non so spiegarne il motivo. È successo e basta. La mia interpretazione è che ognuno può riconoscervi paure e oppressioni proprie, altre da chi gli siede accanto. Non si veicola, ma si lascia piena libertà di sentire, pensare e perché no, anche piangere.
Caterina Meniconi
“Give me baby one more time”. Due preti in scena raccontano la “curiosa”- fanta-o-vera-o-presunta- Storia dell’ Unità d’ Italia. La Storia, o più modestamente una storia. Una storia come tante, una storia-storiella, una storia pop.
“Give baby one more time”. Due preti raccontano l’ Unità d’ Italia andando a snocciolare i mitici avvenimenti accaduti e depositati nel tempo del nostro immaginario italico, passato remoto in cui la storia “può” solo passando per momenti comunicativi tele-catodici, caricaturialmente melodrammatici…
“Give me baby one more time”. E l’incontro di Anita e Garibaldi è in un possibile set di fiction, o meglio telenovelas sudamericana… E poi di nuovo con la storia, la storia che si porta dietro il peso degli antefatti, del tutto ricostruiti, del tutto inventati a tavolino. “Garibaldi fu ferito” in un collage delirante verso lo svuotamento di senso, verso l’antieroico, l’antipaterno pettegolezzo, così che anche Garibaldi fu ferito, a quanto pare…
“Give me baby one more time”: incredibilmente, fantasticamente si ritrovano - oggi dopo centocinquant’ anni - il cadavere di Mazzini e una soluzione grigia e polverosa: Garibaldi, Garibaldi fu ferito, e la garibaldina gamba dei du mondi. Merce, oggetti, gadget esposti nell’ enorme stand da fiera del bel paese bello…
Garibaldi come Britney Spears.
Ecco che ci troviamo a giocare coi cocci della storia - evidentemente Timpano ci si diverte come con in “Dux in scatola” o “Ecce Robot” - una storia smembrata, una storia “sputtanata”, in cui gli attori si travestono da conduttori - attori - teatranti - veicoli di senso, del senso pop…
Spettacolo in cui i due attori si confrontano in pezzi di agile conduzione, prendendo a prestito forme comunicative diverse: la narrazione, la gag da avanspettacolo, l’ impostazione da fiction tv…
Timpano e Andreoli giocano sul disattendere i tempi teatrali, riproducendo di continuo all’ interno dello spettacolo lo stesso skecth, disinnescando l’ effeto sorpresa come a dirci “guardate che sorpresa adesso, proprio ora: ta-tà: sorpresa!”. Giro doppio dell’ ironia.
Il corpo di Timpano diventa marionetta multiforme: a momenti pare un corpo d’ avaspettacolo, a cui Andreoli fa da spalla all’ azione che non c’è, si perde nella voce del presentatore Timpano, nella sua voce.
E per finire: no, niente applausi, si esce di scena cercando forse il senso - oggi - del “fatto” e\o del fatto teatrale?
Qualcuno cercherà una risposta, per il momento: “give me baby one more time”.
Federico Pischedda
La sagoma ha i contorni sfocati, ha i lineamenti poco definiti. Ha un sapore sfuggente e un colore sgargiante. Ma la sagoma non è determinabile, non è concretizzabile. Come questo spettacolo, del resto.
Ci si trova catapultanti all’interno di un seggio elettorale, due cabine, una scatola al centro che conterrà i voti. Da dietro spuntano le tre sagome, una ad una, in tutine aderenti e coloratissime. Indossano grossi anfibi e impugnano neri bastoni (che fanno molto Arancia Meccanica), sbattendo i quali provocano rumori, che sono le uniche cose percepibili. Altrimenti non una parola. Non parlano, le sagome.
Si rincorrono intorno alle cabine elettorali, votano tappandosi il naso, impediscono alla terza sagoma di votare. Le strappano infatti il foglio più volte e la bloccano, dando vita così a gag frizzanti che vertono essenzialmente sulla mimica degli attori, dalla grande presenza scenica, e sui movimenti del corpo fasciati in quelle tute arlecchinesche. Il riferimento alle elezioni è cristallino, in questa prima parte, la concretezza della scatola con su scritto “ministero degli interni” non può che rimandare a quell’ “Evento”, croce e delizia del nostro paese. L’urna che diventa improvvisamente pesante, la molletta che viene messa sul naso al momento del voto, l’impossibilità per una di loro di votare sono tutti chiari riferimenti a un argomento preciso: le elezioni. E sembra sottintendere persino una presa di posizione, al riguardo. Che ci piaccia o no il luogo deputato è quello e le attinenze non possono essere differenti. Ma qui si osa di più. Nelle parti successive, infatti, la scena cambia e delle elezioni più nemmeno la traccia: un quadro di famiglia ci si pone innanzi, e anche le sagome sono vestite diversamente. Forse sono cresciute, hanno formato una famiglia, forse è semplicemente un’altra scena che non ha la presunzione di porsi in relazione con la precedente. E così anche per la terza “parte” in cui, ancora più invecchiate, le sagome forse aleggiano ancora di più nell’indefinito, nell’indeterminato. Perché le sagome sono sfuggenti e non si possono relazionare con la realtà.
Il problema è che il sasso è stato scagliato, ormai non è possibile far finta di niente. Dov’è finito l’argomento accennato chiaramente sin da subito? Sin con il primo sguardo alla scena? Non si tratta di evocazione, in questo caso, si tratta di concretezza. Un segno tangibile è stato posto sul palco, con tutto un suo valore semantico dietro, ma viene lasciato lì, non si compie. Non si sviluppa, ed è un peccato perché si rimane con la bocca asciutta mentre si stava pregustando un argomento che poteva invitare alla riflessione. Perché la necessità di fuggire? Forse per ripiegare nell’astratto. Ma l’astrazione è un’arma a doppio taglio e rischia di confondersi facilmente con l’anarchia. La suggestione c’è, soprattutto grazie alle interpretazioni comiche e allo stesso tempo commoventi degli attori (Sergio Licatolosi, Francesco Pennacchia, Angelo Romagnoli), rese ancora più incisive dalla mancanza della parola. Il volto e il corpo hanno comunicato di più. Ma il dubbio, l’amaro, rimangono in merito alle scelte fatte dal regista.
Perché non mantieni quel che prometti,allor?
Francesca Sacco
Diego Stirman in apertura al Festival. L’artista argentino ha proposto il suo spettacolo per due pomeriggi di seguito in Piazza del Campo, davanti a Fonte Gaia. Un po’ di commozione e molte risate.
Lo spettacolo inizia con la richiesta da parte dell’artista di applausi. “Perché ho un ego enorme, mi chiamo anche Di – ego” – grida l’artista. Diego fa votare gli spettatori per alzata di mano la lingua in cui lo spettacolo dovrà essere fatto: - “Perché siamo ancora in un paese democratico, o no?…” Un voto del resto pilotato, dato che la scelta viene presa dal clown stesso, ed è una lingua ibrida, già di per sé inevitabilmente comica: argentino italianizzato, a volte intriso di francese. Uno spettacolo costituito da “tragedia”, magia, e “cultura”. La “tragedia di Pandora”, raccontata attraverso le marionette, costituisce forse il momento più intenso di poesia, in particolare quando un piccolo omuncolo spunta fuori da un cesto e dialoga e lotta contro la mano di Stirman. Poi uno “espectaculo de magia” che si rivela essere effettivamente quello di un mago buffone e ciarlatano. E infine il momento più esilarante: una relazione/dimostrazione sulla cultura dell’Oriente, in cui il nostro Diego, per darci un’idea di una risaia vietnamita, entra in costume da bagno, con pinne e boccaglio, in un container di latta pieno d’acqua, e rimane più volte incastrato dentro, schizzando gli spettatori nel tentativo di disincastrarsi.
Le risate sorgono irrefrenabili e coinvolgenti, quasi ininterrotte per tutto il corso dello spettacolo, e raggiungono il massimo di picco nei momenti in cui Diego è estremamente serio, o in collera con il pubblico chiamato a partecipare sul palco. Molte persone di passaggio per Piazza del Campo si fermano e si siedono, attratte dai divertenti sketch da teatro di strada del clown: vecchine senesi in un primo momento diffidenti si vanno a sedere sui bordi di Fonte Gaia, a sinistra del palco. Ai bordi di destra invece il chiacchiericcio di un gruppo di teen-agers viene zittito, e i ragazzi rimangono talmente colpiti da andare a chiedere l’autografo dopo la performance. Turisti italiani e stranieri con carrozzine e bimbi incuriositi vanno a circondare Stirman, che mette tutta la sua energia per buttarsi a testa in giù nel container vietnamita e fare un numero di apnea.
Ha convinto dunque il poliedrico artista argentino, nonché ex-medico. Convince per essere riuscito a coinvolgere e intrattenere spettatori di tutti i tipi ed età, ma anche per aver portato in un luogo simbolo di Siena quale è Piazza del Campo un po’ di irriverenza e anticonvenzionalità.
Giulia Romanin
Una rivisitazione dell’opera shakespeariana Re Lear è stata presentata dalla compagnia teatrale Isola Teatro. Senza Lear, questo è il nome del progetto teatrale, si è aggiudicato il premio Lia Lapini raccogliendo il consenso della giuria. Una rappresentazione originale, dunque, che i tre teatranti mettono in scena nelle vesti di Cordelia, Goneril e Reagan, le tre figlie del Re, destinate a spartirsi il regno a seconda di quanto amore riusciranno a dimostrare attraverso il discorso da destinare al padre. Nei venti minuti a disposizione degli attori è stata presentata una sorta di prefazione all’opera di Shakespeare, in cui vi è una preparazione del discorso che le sorelle dovranno presentare al Re. I personaggi sono stravolti nella loro identità, parodiando la figura di Cordelia, rendendola frivola, e accentuando la rigidità di Goneril e l’insicurezza di Reagan. La scelta di un’interpretazione umoristica di una delle pietre miliari della drammaturgia di tutti i tempi è stata accompagnata da una scenografia semplice su sfondo nero dove i tre attori, inizialmente seduti, si muovevano a volte vorticosamente per tutta la scena, giocando con le ombre proiettate sullo sfondo. Tre sorelle che vogliono forse farci riflettere sulle relazioni di potere che intercorrono tra le varie generazioni, contestualizzando il tutto all’interno di un’oppressiva e patriarcale struttura familiare. Dalla rappresentazione del frammento, va detto tuttavia che questa volontà non è apparsa lampante. Siamo curiosi di vedere come si evolverà questo progetto, gustandolo magari nella sua interezza.
Mattia Amato
Una casa in un teatro. Un letto, una cucina colorata, delle pentole, una televisione con lettore dvd, persino un water. C’è proprio tutto. Anche un nano soprammobile, e anche una gallina finta. La cucina tutta in rosso e l’ombrello-lampada che troneggia sul Wc è rossa anche lei. C’è persino un ragazzo che dorme nel suo letto. Lo si osserva in silenzio, mentre compie le azioni quotidiane come andare al bagno. Come cucinarsi i pop-corn, o accendere la televisione. Il suo sguardo quasi terrorizzato mai si stacca dalla platea fatta di involontari guardoni, di osservatori indiscreti di una realtà quotidiana, della vita di qualcuno che si ritrova, forse senza volerlo, ad essere spiato. Ma da spiato l’uomo diventa spia, da osservato diventa osservatore. Infatti, lo cogliamo in flagrante mentre accende la televisione e il canale si sintonizza su un reality: “Tre persone, tre motivazioni” viene chiesto all’attore che interpreta Biancaneve dentro lo schermo. Sono tre nomination, che regolano il gioco delle uscite da tutti i reality esistenti, e l’attore-Biancaneve intesse un vero e proprio sketch comico. Ma il giovane non reagisce, fissa il pubblico e rimane davanti allo schermo incantato, ma non divertito. Semmai alienato.
Il progetto di Roberto Caccavo, Metrocubo-teatral rialiti, nasce proprio da un riflessione sulla quotidianità, sulla società e i suoi piani di esclusione e di alienazione dell’individuo e diviene presto un gioco metateatrale di continui rimandi e capovolgimenti di ruolo: pubblico-attore, personaggio-attore, personaggio-spettatore. Equilibrio per ora assai precario.
Francesca Sacco
Chi ride delle mie paure? Questa è la domanda che ci pone la Cooperativa Gimnástica México-Polaca nel mettere a frutto le lezioni di ginnastica del maestro Hernán Cortes. E’ sua, infatti, la voce narrante che spiega al pubblico presente il motivo di questo spettacolo: esorcizzare le proprie paure. E la compagnia “dei messicani” lo fa compiendo ripetutamente otto esercizi ginnici, esasperati, convulsi, a tratti instabili. Dietro questi ci sono altrettante idee portanti a cui, i sette personaggi sul palco, danno vita con una ciclicità degna di un meccanismo d’orologeria: il tango, la paura dell’alcool, la paura di essere messi con le spalle al muro, emigrare, la favola, possedere un’auto, l’amore e il suicidio. Il teatro dei Rinnovati - restaurato da qualche settimana - dà alla rappresentazione un tocco in più di fascino e suggestione alla sala da ballo in cui idealmente si svolge questo rito di liberazione dalle proprie angosce, dalle proprie inquietudini, sulle note di musiche sudamericane, israeliane e della tradizione napoletana. Spettacolo che appare caotico e intricato, ma del quale convincono alcune gag, come quella in cui gli ingredienti di varie pietanze, italiane e non, sono impersonati dagli attori stessi che si mescolano sul palco come fosse una larga padella oleata; oppure altre ancora in cui veniamo catapultati in un viaggio su macchine anni ’60, delle quali rimane soltanto il muso montato su dei lunghi carrelli. Un momento di riflessione coglie gli spettatori al suono delle parole di Ugo di San Vittore, monaco sassone del dodicesimo secolo, citato mentre la compagnia si accingeva a scongiurare la paura dell’emigrazione: “L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un principiante, quello per cui ogni suolo è come il suolo natio è già più forte, ma perfetto è l’uomo per cui l’intero mondo è un paese straniero”. L’essere ramingo che prevale sulla staticità, condizione che rispecchia la predisposizione dell’attore e sicuramente dell’animo di questa briosa compagnia.
Domenica F. Lo Giudice
Due figure nell’incessante attesa di Godot, che si muovono fra dialoghi inconcludenti, incontri con personaggi dall’aspetto strano e capovolgimenti dettati dal destino. Sopito sotto la polvere di messe in scena monotone e penalizzato da scelte registiche desuete, rinasce nello spettacolo dei laLut / Egumteatro il più noto testo beckettiano. “Aspettando Godot” spinge la scrittura a livelli tali da renderne quasi impossibile il confronto diretto, rivoluzionando il linguaggio scenico e postulando forse il suo esaurirsi. Sfida dei co-produttori del Festival, oltre a dare nuovamente voce a Vladimiro, Estragone, Pozzo e Lucky, era quella di attualizzare l’opera e renderla attiva in uno spazio scenico insolito ed extra-teatrale, adattato e studiato con e per la messa in scena. Ad ospitarla una sala del complesso museale Santa Maria della Scala lo scorso 23 giugno. Pareti in mattoni rossi e porte di vetro a contrasto divengono lo sfondo dell’azione, con la cavea di legno scarna e suggestiva, in cui gli attori si muovono fra gli spettatori. Niente e nessuno è fuori dal gioco. Sedie dalla vernice scrostata, scarpe abbandonate, neri cappelli e valige di un tempo, stridono in momenti di rumoroso silenzio, diventando personaggi concreti. I registi Annalisa Bianco e Virginio Liberti costruiscono uno spettacolo che cura ogni elemento e riunisce la tricotomia attore-personaggio-spettatore. Il pubblico diviene parte integrante della scena: è personaggio per Vladimiro e Estragone ad attenderlo in platea e, come essi stessi dicono, massa di scheletri sul palco nel secondo atto, che si apre con Massimiliano Poli / Vladimiro solo, ancora in attesa di Godot, di Estragone o forse di un impossibile evolversi degli eventi. La parola, le pause e i silenzi beckettiani, che sconvolsero Parigi nel 1953, prendono forma concreta grazie alla costruzione dei personaggi, resi finalmente reali e tangibili, pur rispettati nella loro originaria impronta surreale. Vladimiro ed Estragone (Francesco Pennacchia) sono divertenti e malinconici nel loro rapporto, senza mai essere scontati; sfaccettato è il Pozzo di Angelo Romagnoli, comico nelle sue espressioni, dinamico nel coprire ogni punto del palco e tragico, ma mai patetico, al rientro nel secondo atto. Il piccolo messaggero bambino, che annuncia per ben due volte la mancata venuta di Godot, padroneggia la scena e l’attenzione con il suo “Si signore, no signore”. Straordinario Sergio Licatalosi, che cattura ogni singolo sguardo sviscerando un Lucky espressivo e interiorizzato. La figura più magnetica della serata dona un personaggio tridimensionale e sofferente nella sua follia, con una gestualità centellinata in ogni più piccolo movimento ed una mimica facciale che trasfigura i tratti del volto. Sicuramente uno degli spettacoli più poliedrici del Festival, che racchiude comico, tragico e indagine, attualizzando le tematiche di Beckett e avvicinandoci tutti a i suoi personaggi.
Caterina Meniconi
Piacere sono Britney, vi presento Garibaldi e Mazzini…
Due figure sul fondo. Hanno il volto coperto da un fazzoletto, che subito abbandonano per indossare, compiaciuti, scuri occhiali da sole. Daniele Timpano e Marco Andreoli si presentano così, tanto per sembrare un po’ pop anche loro. Del resto pop è Garibaldi, indiscusso protagonista dello spettacolo, ed è pop anche Britney Spears, le cui alterne vicende farebbero invidia persino al caro vecchio “Peppino”. Popolari sono un sacco di cose, dal partito di Casini a Miss Italia, ma “pop” no, in pochi possono vedersi insigniti di tale epiteto. Il Bacio Perugina, ad esempio, quello è pop. E’ un viaggio all’insegna di dialoghi fantastici, di battute sparate in faccia allo spettatore tra il parodico e il demenziale, che confluiscono nelle vicende “storiche” di Garibaldi-fu-ferito-ad-una-gamba. Quasi a dire che la storia stessa, in fondo, mica esiste, come l’Italia che parrebbe resuscitata ma che invece è morta, morta stecchita. Scheletrita, rinsecchita come il cadavere e la gamba mutilata di “Pippo” Mazzini e “Peppino” Garibaldi, portati a sorpresa sul palco. Finalmente, si spera, è giunta l’ora del ricongiungimento. Ma la pace non s’ha da fare. Tanto, l’Italia non esiste più. Il Risorgimento è tutta una bufala, per questo è pop. Una bufala pop. E se esistesse un superlativo, lo useremmo di certo.
Francesca Sacco
Una storia da ascoltare, da vivere e su cui riflettere. Vent’anni fa nei paesini sperduti della Ex-Jugoslavia avere una figlia femmina, soprattutto come ultima nata, era un guaio. Impossibile accettarla una disgrazia del genere. Un maschio garantisce sicurezza una volta che il capo famiglia passa a miglior vita e una femmina è solo d’impiccio.
Bisogna portar avanti la baracca e spaccare la legna, perchè due braccia in più sono importanti.
E se il nascituro non è maschio? Poco male, lo si fa diventare. Basta fasciargli il seno e la natura pian piano aiuterà la metamorfosi. Ma la verità è un’altra e grida a gran voce in quell’essere donna trasformato in uomo solo per bisogno, per capriccio forse ma di certo non per sua volontà. Una verità che non può però essere gridata a gran voce, solo il dialogo con la sua parte maschile allevia la rabbia e la frustrazione di essere imprigionati in un corpo che non si sente proprio o peggio in un ruolo nato per qualcun’altro.
La storia di “Virdzina” (Virginia) è una storia vera portata in scena dalla compagnia fiorentina Murmuris. Lo spettacolo verte su un forte rapporto categoriale tra “essere/non essere” e “sembrare/non sembrare” su cui altalena, in un instabile equilibrio, la verità: fulcro di questo progetto teatrale.
Interpretazione intensa e travolgente quella degli attori che in uno scambio continuo tra condizione maschile e femminile, nei pochi minuti a loro disposizione, hanno veicolato l’impressione crescente di un’angoscia mai sopita che non può e non deve essere rivelata.
Domenica F. Lo Giudice