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festival di Siena - VI edizione
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Archive for giugno, 2009

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27 giu 2009

Pro e contro #2: Le Sagome di laLut

Due cabine elettorali, un piccolo tavolo con una scatola su cui è scritto “Ministero dell’Interno”, fogli e matite accanto. Il bianco domina i teli delle quinte, il legno delle cabine e il cartone della scatola, in una scena che suggerisce un seggio elettorale, lontano dalla consueta immagine a cui la realtà ci ha abituati. Questo lo scenario in cui, una ad una, si muovono tre Sagome bizzarre, vestite di colori stravaganti che suscitano le risa degli spettatori. Con movenze comiche, miste di animalesco e alieno, e senza mai proferire parola, cominciano ad esplorare un luogo sconosciuto, fra guizzi, giochi e curiosità infantili, scoprendo finalmente la scatola, fulcro della scena. È pesante per le loro braccia, impossibile da spostare, e i loro inutili tentativi si trasformano in quadri esilaranti, specie nel momento in cui la scatola è per sbaglio sfiorata e fatta cadere a terra. Con fatica riescono a riporla sul tavolo, ma tutto è accaduto. Ne sono entrati in contatto e restano quasi contagiati dalla gravosità di quel peso, ne divengono schiavi. La carta e la penna il loro unico mezzo, il voto l’unico intento, che li percuote di brividi di piacere, annebbiandone le percezioni. Si vota con mollette che tappano il naso, ma uno dei “vermoni” non riesce a seguire le azioni degli altri che, anzi, lo osteggiano in ogni suo tentativo, privandolo della possibilità di votare ed arrivando a veicolarlo nella scelta. Questo il primo quadro scenico che porta con sé tematiche molto attuali, lasciando la libertà allo spettatore di ritrovarvi una propria lettura. Il peso di un unico voto, l’assenza del libero arbitrio, l’imposizione velata di scelte altrui e la facile corruttibilità di animi ingenui, sono alcuni degli spunti presenti e si sprigionano lentamente fra le ilari espressioni degli attori. Comicità quindi, ma che preserva significante e significato.
Le dinamiche si evolvono in tre quadri legati e in netto contrasto. Nelle cabine due realtà, comico e malinconico, convivono come sfondo musicale, l’uno in dita che sfregano un palloncino rosso, l’altro in un soffio di un’armonica: una cantante che intona “Boys don’t cry”, costruendo una scena tripartita, in cui lo spettatore può scegliere su cosa e chi volgere lo sguardo. Sono sempre loro, certo, ma trasformati, plasmati dalla Terra. O forse sono altri? Questi i pensieri che combattono nella mia mente. Ma che importa, osservo e sento, questo mi basta. In un attimo quelle due stesse realtà si trovano a contendersi il testimone per poter procedere nell’azione, ma la battaglia non ha fine, non si risolve adesso, non è il momento. L’ambientazione, con un cambio a vista delle cabine unite in un unico blocco operativo, diventa una casa in cui tre personaggi, suppongo padre, madre e figlio, cominciano ad agire. La comicità non ha lasciato il palco, pur macchiata di grottesco, e si mostra nella tensione sessuale tra i genitori che sembrano guardare al figlio come un peso, tanto da portare entusiasti in scena un dono, quella stessa scatola, cambiata, evoluta e scartata con avidità convulsa di fronte all’incredulità del figlio. Niente sorrisi per lui, solo la consapevolezza di doversene andare ed entrare nel mondo. Questo il messaggio percepito nel vederlo vestirsi con abiti a lui estranei, caricato di tavolo, sedia e vassoio del caffè e ammutolito con l’armonica che gli viene posta in bocca ed esala le sue ultime note. Ritorna, sì, ma porta con sé soltanto malinconia, che finalmente vince il testimone e diviene la regina della scena. Le due figure, un tempo dinamiche, sono adesso stanche, vecchie, trascorse. Anche lui è cambiato. Quell’ingenua incredulità ha lasciato il posto soltanto a disinteresse e freddezza. Ed ecco che si apre l’ultimo quadro: la madre, appesantita dal grasso e dal tempo, sembra alzarsi da terra, guizzare verso una luce che viene dall’alto, accompagnata dal suono melodico di dita passate sul bordo di bicchieri. Ma non è un riscatto e nemmeno una rinascita. Il suo volto è trasfigurato, quasi demoniaco nel vedere il marito morto sotto il suo peso. Dal sorriso meravigliato passa a schizofrenia pura, in cui le mani si agitano, le risa invadono la platea, morendo in un qualcosa che assomiglia al pianto. Buio.
Questa la mia visione de Le Sagome: angoscia e sofferenza, scelte indotte e vendetta indifferente; ma sia chiaro, soltanto la mia. Non si può esplicare del tutto e darne un’unica lettura. Dalla scena si aprono spunti di riflessione, dettati dall’anima di chi vede e non di chi agisce. Emozioni che nascono forse perché sopite e risvegliate dai quadri visivi sparati in platea. Posso dire che alla fine a stento ho trattenuto le lacrime, scoppiando in un pianto liberatorio. Non so spiegarne il motivo. È successo e basta. La mia interpretazione è che ognuno può riconoscervi paure e oppressioni proprie, altre da chi gli siede accanto. Non si veicola, ma si lascia piena libertà di sentire, pensare e perché no, anche piangere.

Caterina Meniconi

27 giugno, 2009 at 17:07 by admin

Tags: festival, lalut, recensioni
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27 giu 2009

Appunti su Risorgimento Pop di Timpano/Andreoli

“Give me baby one more time”. Due preti in scena  raccontano la “curiosa”- fanta-o-vera-o-presunta- Storia dell’ Unità d’ Italia. La Storia, o più modestamente una storia. Una storia come tante, una storia-storiella, una storia pop.

“Give baby one more time”. Due preti raccontano l’ Unità d’ Italia andando a snocciolare i mitici avvenimenti accaduti e depositati nel tempo del nostro immaginario italico, passato remoto in cui la storia “può” solo passando per momenti comunicativi tele-catodici, caricaturialmente melodrammatici…

“Give me baby one more time”. E l’incontro di Anita e Garibaldi è in un possibile set di fiction, o meglio telenovelas sudamericana… E poi di nuovo con la storia, la storia che si porta dietro il peso degli antefatti, del tutto ricostruiti, del tutto inventati a tavolino. “Garibaldi fu ferito” in un collage delirante verso lo svuotamento di senso, verso l’antieroico, l’antipaterno pettegolezzo, così che anche Garibaldi fu ferito, a quanto pare…

“Give me baby one more time”: incredibilmente, fantasticamente si ritrovano - oggi dopo centocinquant’ anni - il cadavere di Mazzini e una soluzione grigia e polverosa: Garibaldi, Garibaldi fu ferito, e la garibaldina gamba dei du mondi. Merce, oggetti, gadget esposti nell’ enorme stand da fiera del bel paese bello…
Garibaldi come Britney Spears.

Ecco che ci troviamo a giocare coi cocci della storia - evidentemente Timpano ci si diverte come con in “Dux in scatola” o “Ecce Robot” -  una storia smembrata, una storia “sputtanata”, in cui gli attori si travestono da conduttori - attori - teatranti - veicoli di senso, del senso pop…

Spettacolo in cui i due attori si confrontano in pezzi di agile conduzione, prendendo a prestito forme comunicative diverse: la narrazione, la gag da avanspettacolo, l’ impostazione da fiction tv…
Timpano e Andreoli giocano sul disattendere i tempi teatrali, riproducendo di continuo all’ interno dello spettacolo lo stesso skecth, disinnescando l’ effeto sorpresa come a dirci “guardate che sorpresa adesso, proprio ora: ta-tà: sorpresa!”. Giro doppio dell’ ironia.
Il corpo di Timpano diventa marionetta multiforme: a momenti pare un corpo d’ avaspettacolo, a cui Andreoli fa da spalla all’ azione che non c’è, si perde nella voce del presentatore Timpano, nella sua voce.

E per finire: no, niente applausi, si esce di scena cercando forse il senso - oggi - del “fatto” e\o del fatto teatrale?
Qualcuno cercherà una risposta, per il momento: “give me baby one more time”.

Federico Pischedda

27 giugno, 2009 at 17:00 by admin

Tags: festival, recensioni, siena
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27 giu 2009

Intervista a Giovanni Guerrieri dei Sacchi di Sabbia

Ci parli del percorso che ha portato alla nascita dello spettacolo?
Le esperienze che hanno portato a Sandokan sono multiple. Prima di tutto il  nostro percorso nello studio del quotidiano che dura da diversi anni. Cominciato con un Orfeo nel 2002 che affrontava il tema della perdita a partire da un contesto quotidiano che si rapportava al mito, continuato con un lavoro che si chiamava G, sulla pesantezza del quotidiano, sviluppatosi poi in Tragòs nel 2004, spettacolo ambientato in un salottino anni ’50 con una vecchia televisione a cassettone di legno nera e marrone che mostrava immagini mute. Noi, in scena immobili, lavoravamo sulle piccole danze quotidiane, piccoli scricchiolii della vita, riproposta e trasfigurata in questi anni ’50 un po’ demodé. Dopo varie esperienze successive, in cui il tema forte era quello dell’infanzia, siamo approdati a 1939 che riportava tutto il quotidiano affrontato fino a quel momento, ribaltandolo in un’azione avventurosa. Si trattava di un dramma politico, una denuncia di un periodo difficile della storia italiana, in cui si muoveva l’ombra della cospirazione. Era un quadro intorno a un attentato a un ministro fascista, proprio nel 1939 in una città di provincia. La trama si sviluppava, poi, in una serie di inciampi proponendo uno spaccato storico attraverso la riflessione sull’agire. Sicuramente una fuga verso un mondo completamente extra-quotidiano, come quello del complotto, una specie di Giulio Cesare dove i congiurati si riuniscono per trame di cospirazione intorno alla vita di un personaggio percepito come nemico. La scena era una specie di set cinematografico – non si capiva se stessimo girando un film o se in qualche modo avessimo un rapporto diretto con gli spettatori. C’erano delle improvvise interruzioni e battute spesso fuori tempo, che potevano portare a conseguenze anche esilaranti, con un comico un po’ dislessico. Curiosamente c’era un accenno anche a Salgari, con uno dei personaggi che rimpiangeva l’epica salgariana. Dopo queste esperienze, è stata come una conseguenza diretta riprendere i temi avventurosi e trapiantarli in un contesto, però, estremamente familiare, un piccolo interno, una cucina, che inizialmente aveva un’impronta per così dire più grande, grazie alla presenza di un frigorifero che poi è stato tolto dalla scena. In questo modo la nostra attenzione si è orientata esclusivamente sulle verdure, in quanto suggerivano trame e colori esotici, lavorando paradossalmente con tutto quello che di esotico non è.
Nostro intento era ribaltare l’avventuroso che avevamo vissuto con 1939 in un ambiente che è tutt’altro che avventuroso, ma che anzi è parte di un quotidiano scontato. Forte è il tema dell’infanzia, del gioco attraverso le verdure, nella costruzione dei personaggi, il cui punto di arrivo è stato un lavoro dove niente è fuori dall’ordinario e  che cerca di caricare di straordinario ciò che straordinario non è.

Siete partiti dal cabaret, e successivamente la vostra sperimentazione è andata a toccare altri livelli di comicità. Cosa resta in Sandokan di questo percorso?
La comicità è parte del nostro DNA, della nostra formazione e ha costruito il nostro vissuto comune. Il comico è un linguaggio che riesce a far parlare, che stabilisce un filo comune che in noi si è mobilitato con l’incontro con la scena e con i temi di volta in volta affrontati nei nostri spettacoli. Con Sandokan non siamo partiti con l’idea di fare uno spettacolo comico, ma si è così sviluppato involontariamente attraverso l’idea di base: quella di trapiantare un romanzo d’avventura, riadattarlo in forma teatrale, con le frasi però di Salgari, dentro a un contesto che non gli appartiene e anzi gli va esattamente contro. Un cucinino in cui quattro persone maneggiano roba per cucinare.

Per suscitare l’immaginazione degli spettatori usavate cambiamenti di postura, le verdure come ornamenti, fazzoletti e utensili da cucina. Come nascono queste dinamiche?
Molto semplicemente dalla pratica attoriale. Una volta che sei sui binari, che sei entrato in questo salotto e hai capito che le azioni non devono essere mimate e tutto deve essere ordinario con qualche guizzo di straordinario, le dinamiche si costruiscono da sole. Alla fine non c’è una corrispondenza precisa fra il testo scritto di Salgari e la scena, ogni personaggio ha vari compiti, ma nel momento in cui nascono azioni significative, le sviluppiamo provandole più volte.

Come vi siete mossi nelll’affrontare il testo di Salgari?

Sicuramente è un romanzo molto prolisso, ma non compresso. È molto vivo nella nostra tradizione, in quella di chi è stato piccolo negli anni settanta. Ce l’avevo molto forte in testa e la trama di Salgari è qualcosa di universale per me, e per i miei coetanei. Certo, lo ammetto, un po’ di fatica la devi fare, si è trattato di individuare le scene salienti con delle riduzioni spesso drastiche e basate sullo sceneggiato televisivo. Dopotutto non avevamo da riadattare “I Fratelli Karamazov”!

Perché l’unica donna in scena è la figura intorno a cui ruotano tutti gli altri, interpretando la figura del narratore oltre a quella di Marianna?

Per due ragioni precise: una metaforica, in quanto il motore della vicenda è Marianna. Per le tigri di Mompracem la guerra si colora d’amore e da un ordinario di guerra si passa a uno straordinario d’amore, facendo scaturire il motore drammatico dell’azione; la seconda è che forse in maniera sciovinistica la donna è colei che gestisce la casa e le faccende domestiche.

In una tua intervista parli della scommessa di mostrare Sandokan attraverso le patate e le mezzelune, due realtà molto diverse. Credi di esserci riuscito?
Credo di si! Alla fine si è trattato di lavorare su un materiale molto vivo anche nel nostro immaginario. Il nostro Sandokan non è assolutamente un Sandokan tradizionale, è un Sandokan che non si vede. Se uno immortalasse la scena in certi contesti o momenti, vedrebbe quattro persone intorno alle patate, alle carote, alle verdure, ai tegami e compagnia bella! Diciamo che ci riusciamo dal momento che quest’immaginario si costruisce lentamente nella mente dello spettatore.

Si tratta di uno spettacolo che ha visto tanti pubblici, è stato riproposto più volte, come si evoluto col confronto col pubblico?
Si è sviluppato, ci sono molto più idee che si sono depositate. Il confronto con lo spettatore è fondamentale e vitale in un lavoro come il nostro, perché la sua risposta condiziona le nostre scelte. Non nel senso che viene assecondato, ma ci fa capire cosa manca o cosa non manca a un ritmo generale.

Questo lavoro sul quotidiano deve continuare, puoi darmi delle anticipazioni sui vostri futuri lavori?
Abbiamo fatto un piccolo studio su un lavoro che è stato molto faticoso ma anche molto divertente. Tratta del “Don Giovanni” di Wolfgang Amadeus Mozart, una pietra miliare sui temi avventura e morte, con alla base un’altra sfaccettatura, quella del libertinaggio. Per adesso ci abbiamo lavorato con un gruppi di giovani attori che hanno ritradotto tutto il Don Giovanni riproponendo gli elementi salienti che avevamo affrontato per Sandokan: il “minuscolo” degli attori piccoli e dei loro movimenti quotidiani e il “maiuscolo” dell’opera lirica di Mozart. Il primo studio è stato un frammento di 20 minuti che si andrà sviluppato, il suo debutto è pronosticato per il duemiladieci. L’idea è vedere cosa nasce scavando in questa direzione, quella di un tema un po’ più frivolo com’è quello del libertinaggio, ma nello stesso tempo riproponendo un’opera lirica che fatica a continuare ad essere trasgressiva.

Caterina Meniconi

27 giugno, 2009 at 16:53 by admin

Tags: festival, interviste
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26 giu 2009

Pro & Contro 1#: Le Sagome di laLut

La sagoma ha i contorni sfocati, ha i lineamenti poco definiti. Ha un sapore sfuggente e un colore sgargiante. Ma la sagoma non è determinabile, non è concretizzabile. Come questo spettacolo, del resto.
Ci si trova catapultanti all’interno di un seggio elettorale, due cabine, una scatola al centro che conterrà i voti. Da dietro spuntano le tre sagome, una ad una,  in tutine aderenti e coloratissime. Indossano grossi anfibi e impugnano neri bastoni (che fanno molto Arancia Meccanica), sbattendo i quali provocano rumori, che sono le uniche cose  percepibili. Altrimenti non una parola. Non parlano, le sagome.
Si rincorrono intorno alle cabine elettorali, votano tappandosi il naso, impediscono alla terza sagoma di votare. Le strappano infatti il foglio più volte e la bloccano, dando vita così a gag frizzanti che vertono essenzialmente sulla mimica degli attori, dalla grande presenza scenica, e sui movimenti del corpo fasciati in quelle tute arlecchinesche. Il riferimento alle elezioni è cristallino, in questa prima parte, la concretezza della scatola con su scritto “ministero degli interni” non può che rimandare a quell’ “Evento”, croce e delizia del nostro paese. L’urna che diventa improvvisamente pesante, la molletta che viene messa sul naso al momento del voto, l’impossibilità per una di loro di votare sono tutti chiari riferimenti a un argomento preciso: le elezioni. E sembra sottintendere persino una presa di posizione, al riguardo.  Che ci piaccia o no il luogo deputato è quello e le attinenze non possono essere differenti. Ma qui si osa di più. Nelle parti successive, infatti, la scena cambia e delle elezioni più nemmeno la traccia: un  quadro di famiglia ci si pone innanzi, e anche le sagome sono vestite diversamente. Forse sono cresciute, hanno formato una famiglia, forse è semplicemente un’altra scena che non ha la presunzione di porsi in relazione con la precedente. E così anche per la terza “parte” in cui, ancora più invecchiate, le sagome forse aleggiano ancora di più nell’indefinito, nell’indeterminato. Perché le sagome sono sfuggenti e non si possono relazionare con la realtà.

Il problema è che il sasso è stato scagliato, ormai non è possibile far finta di niente. Dov’è  finito l’argomento accennato chiaramente sin da subito? Sin con il primo sguardo alla scena? Non si tratta di evocazione, in questo caso, si tratta di concretezza. Un segno tangibile è stato posto sul palco, con tutto un suo valore semantico dietro, ma viene lasciato lì, non si compie. Non si sviluppa, ed è un peccato perché si rimane con la bocca asciutta mentre si stava pregustando un argomento che poteva invitare alla riflessione. Perché la necessità di fuggire? Forse per ripiegare nell’astratto. Ma l’astrazione è un’arma a doppio taglio e rischia di confondersi facilmente con l’anarchia. La suggestione c’è, soprattutto grazie alle interpretazioni comiche e allo stesso tempo commoventi degli attori (Sergio Licatolosi, Francesco Pennacchia, Angelo Romagnoli), rese ancora più incisive dalla mancanza della parola. Il volto e il corpo hanno comunicato di più. Ma il dubbio, l’amaro, rimangono in merito alle scelte fatte dal regista.
Perché non mantieni quel che prometti,allor?

Francesca Sacco

26 giugno, 2009 at 18:44 by admin

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26 giu 2009

Conversazione con Alessandro Serra di Teatropersona

Il corpo come strumento per possibilità precluse all’uomo. Teatropersona vede ogni esercizio divenire un pretesto per “creare”, con una pratica teatrale riconducibile ad una forma di rituale in cui lo spettacolo emerge da un sostrato di anima e corpo dell’attore. Suo sacrificio ultimo è trasfigurarsi in un cadavere che tenta di muoversi, evocando immagini di vita e riportando lo spettatore ad un passato lontano. Ce ne parla il regista-drammaturgo e fondatore Alessandro Serra.

Che riferimenti avete?
La nostra sperimentazione guarda a tre grandi tradizioni: Grotowski per il training, la qualità della voce e la ricerca sull’attore svuotato come tubo risonante e cassa armonica; Decroux per il lavoro sul corpo, attraverso il suo allievo Yves Le Breton, dal quale abbiamo attinto il rigore, la grammatica e l’oggettività del movimento scenico e fisico; Mejerchol’d e la biomeccanica, intesa in termini fisici, ma soprattutto drammaturgici per la costruzione della scena. Ha trovato spazio anche il canto gregoriano, conosciuto a Sant’Antimo e sul quale abbiamo sperimentato la possibilità di uno spazio scenico altro.

In che modo è nato il vostro gruppo di sperimentazione?
Teatropersona attualmente è formato da me e da Valentina Salerno, ma collaboriamo con gruppi esterni con cui sperimentiamo le nostre ricerche. Purtroppo facciamo i conti con un’epoca teatrale in cui il concetto di gruppo è sentito come desueto. In realtà io ci sono particolarmente affezionato, perché credo che si possano raggiungere determinati livelli performativi solo attraverso un lavoro continuativo e stratificato con le stesse persone, costringendoti a creare lavori inediti, non rischiando di cadere nella noia.

Com’ è stato concepito questo spettacolo?
È nato dall’incontro fortuito con Alessandra Cristiani, danzatrice Buto, una pratica a cui non ci siamo mai avvicinati. Per noi, che sottostiamo alla bellezza, il lavoro non ha senso se non è finalizzato alla creazione artistica. L’infanzia è uno dei temi fondanti, presente fisicamente in una bambina di nove anni, allieva di Valentina Salerno, ma soprattutto in forma onirica e ritorno atemporale ad essa, in un teatro fatto di cose morte. Anche se non sono stati voluti, l’infanzia, così come la morte, sono temi ricorrenti nei miei spettacoli, pur non essendone punti d’avvio, ma ritornano come evocazione e inno alla vita. La parola stessa “manichini” etimologicamente significa “piccolo uomo, bambino”. “Trattato dei manichini”, poi, è un racconto di Bruno Schulz a cui non ci siamo ispirati tanto per la storia, ma leggendolo può essere come una sorta di manifesto della nostra pratica.

In che modo vi siete avvicinati al Premio Lia Lapini da voi vinto lo scorso anno?
Ad attirarci fu la dicitura “Premio di Scrittura di Scena” che definiva perfettamente il nostro lavoro. Noi letteralmente scriviamo in scena e quando ci basiamo su un testo, difficilmente sopravvive alla pratica; la parola si modifica così come la forma dell’attore. Vincere fu una sorpresa e ci ha dato il sostegno di un gruppo di artisti che, come noi, unisce le proprie forze per creare un punto d’incontro fra il pubblico e il teatro.

Caterina Meniconi

26 giugno, 2009 at 17:07 by admin

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26 giu 2009

Recensione di “Entremets” di Diego Stirman

Diego Stirman in apertura al Festival. L’artista argentino ha proposto il suo spettacolo per due pomeriggi di seguito in Piazza del Campo, davanti a Fonte Gaia. Un po’ di commozione e molte risate.

Lo spettacolo inizia con la richiesta da parte dell’artista di applausi.  “Perché ho un ego enorme, mi chiamo anche Di – ego” – grida l’artista. Diego fa votare gli spettatori per alzata di mano la lingua in cui lo spettacolo dovrà essere fatto: - “Perché siamo ancora in un paese democratico, o no?…” Un voto del resto pilotato, dato che la scelta viene presa dal clown stesso, ed è una lingua ibrida, già di per sé inevitabilmente comica: argentino italianizzato, a volte intriso di francese. Uno spettacolo costituito da “tragedia”, magia, e “cultura”. La “tragedia di Pandora”, raccontata attraverso le marionette, costituisce forse il momento più intenso di poesia, in particolare quando un piccolo omuncolo spunta fuori da un cesto e dialoga e lotta contro la mano di Stirman. Poi uno “espectaculo de magia” che si rivela essere effettivamente quello di un mago buffone e ciarlatano. E infine il momento più esilarante: una relazione/dimostrazione sulla cultura dell’Oriente, in cui il nostro Diego, per darci un’idea di una risaia vietnamita, entra in costume da bagno, con pinne e boccaglio, in un container di latta pieno d’acqua, e rimane più volte incastrato dentro,  schizzando gli spettatori nel tentativo di disincastrarsi.
Le risate sorgono irrefrenabili e coinvolgenti, quasi ininterrotte per tutto il corso dello spettacolo, e raggiungono il massimo di picco nei momenti in cui Diego è estremamente serio, o in collera con il pubblico chiamato a partecipare sul palco. Molte persone di passaggio per Piazza del Campo si fermano e si siedono, attratte dai divertenti sketch da teatro di strada del clown: vecchine senesi in un primo momento diffidenti si vanno a sedere sui bordi di Fonte Gaia, a sinistra del palco. Ai bordi di destra invece il chiacchiericcio di un gruppo di teen-agers viene zittito, e i ragazzi rimangono talmente colpiti da andare a chiedere l’autografo dopo la performance. Turisti italiani e stranieri con carrozzine e bimbi incuriositi vanno a circondare Stirman, che mette tutta la sua energia per buttarsi a testa in giù nel container vietnamita e fare un numero di apnea.
Ha convinto dunque il poliedrico artista argentino, nonché ex-medico. Convince per essere riuscito a coinvolgere e intrattenere spettatori di tutti i tipi ed età, ma anche  per aver portato in un luogo simbolo di Siena quale è Piazza del Campo un po’ di irriverenza e anticonvenzionalità.

Giulia Romanin

26 giugno, 2009 at 14:06 by admin

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25 giu 2009

Conversazione con Tommaso Sbriccoli e Giancarlo Pichillo, antropologi, a proposito del film “Come un uomo sulla terra” e del progetto “Io non respingo”

Come nasce il votro lavoro?

Tommaso Sbriccoli - Nasce all’interno di una campagna nazionale lanciata da alcune associazioni di Roma e italiane, come Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.com), che tiene conto di un bollettino di guerra della strage continua della migrazione verso l‘Europa, Asinitas Onlus (www.asinitas.org), una scuola d’italiano in cui vengono date conoscenze anche di ripresa video e in cui Dagmawi Yimer, uno degli autori del film ha imparato le tecniche di ripresa e ha deciso di sviluppare questo video partecipativo con Zalab (www.zalab.org), che lavora da anni sulla creazione di narrazioni filmiche.
L’iniziativa si propone, tra il 10 e il 20 giugno 2009 in tutta Italia, di mostrare il film e creare un dibattito sulla migrazione in Italia e in Europa. Le date sono state scelte perché il 10 giugno 2009 è la data dell’arrivo in Italia di Gheddafi. Vogliamo mettere in discussione la relazione tra Italia e Libia e il rapporto di gestione dei flussi che crea, con la connivenza delle istituzioni italiane, la situazione dei campi Libici e delle tragedie a cui assistiamo; il 20 giugno 2009 è la giornata mondiale del rifugiato che esisteva dapprima in Africa, poi dal 2000 riconosciuta con il patrocinio dell’Onu, importante per sensibilizzare sulle tematiche del rifugio, dell’asilo politico e delle guerre globali. Ci sentivamo di appoggiarla e di farci portavoci del film, per la ricerca che abbiamo compiuto quest’anno all’interno del Dipartimento di Antropologia, Filosofia e Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Siena. Ci siamo costituiti in un’associazione informale di antropologi, Asilo Antropologi, e abbiamo fatto ricerca a Follonica in un campo temporaneo per richiedenti asilo, in un villaggio turistico diventato un centro d’accoglienza per quatto mesi da novembre a marzo-aprile 2009, attraverso un progetto elaborato dal Dipartimento in convenzione con la Costituzione di Follonica. Il rapporto che si è creato con le persone, e lo sguardo che siamo riusciti a gettare su questa realtà di micropratiche e di rapporti personali, ci hanno portati ad interessarci più attivamente a questo tema. L’iniziativa si configura da un lato con la presentazione del film, riguardante le storie di vita di alcuni emigranti, che sono stati in campi dell’esercito e della polizia libica, una discussione quindi sia su queste tematiche generali, sia sulla ricerca sul particolare, con la proiezione di un reportage fotografico di Daniela Neri, svolto a Follonica, e un intervento di Amnesty International che patrocina la raccolta firme “io non respingo” lanciata da Asinitas Onlus e Fortress Europe. Una serie di iniziative che mettono insieme campagne nazionali ed esperienze  locali, che sperano di coinvolgere la cittadinanza in una discussione ad ampio raggio.

Come sperate che il pubblico del film risponda?

T. S. - Nostra volontà è quella di rendere pubblico un dibattito che spesso avviene solo a livello mediatico
e talvolta indirizzato…

Giancarlo Pichillo - Anche noi indirizziamo, ma ad uno sguardo comparativo. Da antropologi possiamo mettere in luce come l’Italia, stato di diritto, non mantiene tale promessa. Non siamo ai livelli parossistici della Libia che emergono nel film, ma l’esperienza follonichese racconta quello che c’è nel mezzo fra l’arrivo del barcone e la vita del protagonista e del co-autore del film. Un universo variabile di possibilità per il richiedente asilo, frutto di un clima legislativo denominato da un contesto definito di emergenza clandestini. Follonica ci mostra qualcosa che stride con la nostra percezione del diritto, in quanto luogo accogliente, ma in cui non c’è integrazione, perché manca una tutela giuridica. Queste persone, che non parlavano italiano, sono state lasciate alla mercé di un iter giuridico burocratico che, senza un interveto esterno, avrebbe condotto ad un respingimento della loro domanda d’asilo. Lo sguardo comparativo può aiutarci a relativizzare le nostre certezze, senza andare a sbiancare le responsabilità che possono essere della Libia, dell’unione europea o di altri stati africani. Contemporaneamente ci racconta quell’universo grigio non mostrato dai media e dai politologi, fatto di iter burocratici lunghissimi, che distruggono la personalità interiore e bloccano l’accesso all’integrazione, alla cittadinanza e ai diritti.

…quindi anche nei centri d’accoglienza gli immigrati vengono lasciati a se stessi?

T.S. - È un sistema che funziona a vari livelli e si può parlare a questo punto di un mercato dell’immigrazione. L’Italia ha una doppia retorica: da un lato si sente abbandonata dall’Europa nella gestione dei flussi, dall’altro prende molti soldi dall’Unione Europea che vengono utilizzati in esternalizzazioni e nell’inserimento di privati. In questo doppio binario si hanno istituzioni come l’Ospedale Desprar in cui i richiedenti asilo sono inseriti con bandi pubblici e con una sorta di garanzia di statuto, assistenza legale, psicologica, ottenendo la possibilità di imparare l’italiano e di intraprendere il percorso burocratico con il sostegno di persone che conoscono la situazione italiana e possono indirizzarli. Coesistono, così, mondi paralleli, come Follonica o i Cara, dati spesso in gestione di terzi secondo una captazione priva di ogni regolamento. A Follonica la prefettura ha contattato direttamente un imprenditore locale, bypassando il comune la provincia e la regione, affidando il compito di gestire 200 persone nel suo villaggio turistico per circa un milione e mezzo di euro, per quattro o cinque mesi di ospitalità.
G.P.
- Lo SPRAR emerge come elemento positivo, ma posside una politica al ribasso. Frutto della Bossi-Fini, ha uno sguardo caustico verso gli immigrati, perché pone dei limiti di sei mesi, dopodiché, se tu migrante e hai imparato l’italiano e sei riuscito ad inserirti in un percorso, bene, sennò… Ovviamete poi ci sono le pratiche, che sono una cosa diversa, e anche le strutture stesse, che a volte non se la sentono di buttare fuori queste persone.
T.S. - Si parla dell’utilizzo dei fondi attribuiti per l’accoglienza, per la ristrutturazione di alberghi rifatti a nuovo ospitando d’inverno richiedenti asilo e ricominciando la propria attività nei periodi turistici. Ciò avviene al di fuori di bandi pubblici, con la politica italiana di rapporto diretto fra istituzioni e privati. Problematiche che riguardano da vicino ciò che noi siamo disposti a tollerare e che ci cambia. È un processo di sensibilizzazione che vuol essere di ampio respiro, poi avremo due ore, chissà cosa riusciremo a fare!
G.P.
- Oltre la presa di coscienza di questa disumanizzazione vogliamo far passare un messaggio chiaro: non si bloccano i flussi con politiche populiste o razziste! Esiste una sperequazione di risorse e di accesso ad esse. Queste persone non si fermeranno perché noi chiudiamo i confini, perché i confini sono porosi per definizione. Se volessimo essere egoisti bisognerebbe dire “non abbiate bisogno di venire qua”. Si deve creare una coscienza, perché c’è un’umanità dietro a queste persone e dei motivi che vanno fatti emergere. Se vediamo il migrante quando è su una nave, e non c’interessa per nulla il contesto da cui parte, non lo capiremo mai.
T.S. - Danilo Zola, un politologo, afferma che dovremmo passare dal diritto a migrare a quello a non migrare.

Dopo questo progetto, avete pensato di proporne uno che si occupi di accoglienza e di cittadinanza?

T.S. - Abbiamo proposto un progetto, con il Dipartimento, a livello regionale, scritto negli ultimi mesi, aspettiamo risposta dall’Assessorato alle Politiche Sociali. L’idea è quella di studiare il sistema di accoglienza toscano e creare un gruppo di ricerca, cercando di comprendere quali sono le criticità e potenzialità, per il riconoscimento dei diritti e la concessione della cittadinanza, fondamentali per qualunque persona che calchi il suolo della nostra nazione. A Torino alcune associazioni di terziario hanno sviluppato un progetto con associazioni per riuscire a fornire, dall’arrivo fino all’integrazione, l’accesso a istruzione, assistenza legale e psicologica, ma anche l’ inserimento nel mondo del lavoro e l’inserimento nel mondo dei diritti. Bisognerà vedere come procede e noi vorremmo anche per la Toscana arrivare ad uno sbocco del genere.
G.P. - Noi italiani la conosciamo bene. Siamo emigrati ovunque e siamo ancora emigranti. Non mi riferisco solo ai poveracci, ma anche alle persone con cui stai parlando ora, che magari domani decideranno di andare a lavorare in Europa perché qui non c’è niente.
T.S. - In America per la Gelmini ci possono dare asilo politico, potendo dimostrare di essere perseguitati! (risate)
G.P. - Anche Garibaldi era un rifugiato – e magari fosse rimasto fuori dico io….. se non fosse tornato mai sarebbe stato meglio. Questo progetto può essere un piccolo passo, certo occorre coinvolgere tante persone.

Il razzismo dei cittadini è innato? Qual è il motivo di questa chiusura morale, considerato il nostro passato?

T.S. - È complesso. Non esiste un razzismo strutturale, ma è il prodotto di un certo tipo di relazione sociale e politica della differenza e la situazione attuale italiana è idonea a crearlo.
Stiamo facendo un diario dell’esperienza follonichese e, analizzando la stampa di quei mesi, ci siamo resi conto di come i giornali costruiscano la figura dello straniero secondo metodologie che non mettono mai in discussione il proprio statuto di verità. Tale meccanismo è utilizzato per far passare qualsiasi visione, anche la più abietta, come naturale, creando nell’opinione pubblica un immaginario dell’immigrato che può essere tirato fuori ad hoc. A Follonica c’è stato il terrore di una presunta epidemia di Tbc, portata dagli immigrati! Archetipi e visioni che fanno pensare che il razzismo sia insito nella natura dell’uomo. In realtà non è così.

G.P. - La diffidenza dell’altro, quella sì può essere strutturale , però chiamarlo razzismo no, perché è contestuale. La società stessa è complessa in sé e sarebbe sbagliato dare un’idea di un monolite che rifiuta. Però un tempo di incertezza economica, il processo di deterritorializzazione, di flussi di persone, le immagini curate dai media, l’ignoranza, possono sfociare in episodi di razzismo. È grave e può diventare strutturale quando interviene lo stato, e qui lo stato sta intervenendo. Ci deve essere una resistenza, un non chiudere gli occhi, perché non basta dire “io non sono razzista, io vi voglio bene” No! Devi remare contro il razzismo di stato, perché sennò fra quelli favorevoli e quelli che se ne lavano le mani, chi veramente lotta viene emarginato. L’apatia è peggio, io preferisco una coerenza, almeno so dove colpire!

25 giugno, 2009 at 18:32 by admin

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25 giu 2009

Speciale Lia Lapini #4: Senza Lear di Isola Teatro, vincitore del premio 2009

Una rivisitazione dell’opera shakespeariana Re Lear è stata presentata dalla compagnia teatrale Isola Teatro. Senza Lear, questo è il nome del progetto teatrale, si è aggiudicato il premio Lia Lapini raccogliendo il consenso della giuria. Una rappresentazione originale, dunque, che i tre teatranti mettono in scena nelle vesti di Cordelia, Goneril e Reagan, le tre figlie del Re, destinate a spartirsi il regno a seconda di quanto amore riusciranno a dimostrare attraverso il discorso da destinare al padre. Nei venti minuti a disposizione degli attori è stata presentata una sorta di prefazione all’opera di Shakespeare, in cui vi è una preparazione del discorso che le sorelle dovranno presentare al Re. I personaggi sono stravolti nella loro identità, parodiando la figura di Cordelia, rendendola frivola, e accentuando la rigidità di Goneril e l’insicurezza di Reagan. La scelta di un’interpretazione umoristica di una delle pietre miliari della drammaturgia di tutti i tempi è stata accompagnata da una scenografia semplice su sfondo nero dove i tre attori, inizialmente seduti, si muovevano a volte vorticosamente per tutta la scena, giocando con le ombre proiettate sullo sfondo. Tre sorelle che vogliono forse farci riflettere sulle relazioni di potere che intercorrono tra le varie generazioni, contestualizzando il tutto all’interno di un’oppressiva e patriarcale struttura familiare. Dalla rappresentazione del frammento, va detto tuttavia che questa volontà non è apparsa lampante. Siamo curiosi di vedere come si evolverà questo progetto, gustandolo magari nella sua interezza.

Mattia Amato

25 giugno, 2009 at 17:12 by admin

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25 giu 2009

Speciale Lia Lapini #3: Metrocubo-teatral rialiti di Roberto Caccavo

Una casa in un teatro. Un letto, una cucina colorata, delle pentole, una televisione con lettore dvd, persino un water. C’è proprio tutto. Anche un nano soprammobile, e anche una gallina finta. La cucina tutta in rosso e l’ombrello-lampada che troneggia sul Wc è rossa anche lei. C’è persino un ragazzo che dorme nel suo letto. Lo si osserva in silenzio, mentre compie le azioni quotidiane come andare al bagno. Come cucinarsi i pop-corn, o accendere la televisione. Il suo sguardo quasi terrorizzato mai si stacca dalla platea fatta di involontari guardoni, di osservatori indiscreti di una realtà quotidiana, della vita di qualcuno che si ritrova, forse senza volerlo, ad essere spiato. Ma da spiato l’uomo diventa spia, da osservato diventa osservatore. Infatti, lo cogliamo in flagrante mentre accende la televisione e il canale si sintonizza su un reality: “Tre persone, tre motivazioni” viene chiesto all’attore che interpreta Biancaneve dentro lo schermo. Sono tre nomination, che regolano il gioco delle uscite da tutti i reality esistenti, e l’attore-Biancaneve intesse un vero e proprio sketch comico. Ma il giovane non reagisce, fissa il pubblico e rimane davanti allo schermo incantato, ma non divertito. Semmai alienato.
Il progetto di Roberto Caccavo, Metrocubo-teatral rialiti, nasce proprio da un riflessione sulla quotidianità, sulla società e i suoi piani di esclusione e di alienazione dell’individuo e diviene presto un gioco metateatrale di continui rimandi e capovolgimenti di ruolo: pubblico-attore, personaggio-attore, personaggio-spettatore. Equilibrio per ora assai precario.
Francesca Sacco

25 giugno, 2009 at 17:05 by admin

Tags: lialapini, recensioni, Voci-di-Fonte
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25 giu 2009

SPECIALE LIA LAPINI #2: NUDO ULTRAS DI SUTTA SCUPA

La violenza come necessaria e inseparabile necessità della natura umana. Questo è il tema che la compagnia teatrale dei Sutta Scupa ha voluto analizzare e sviscerare attraverso la rappresentazione di “Nudo Ultras”. Una visione della violenza esasperata, folle e schizofrenica con chiari e dichiarati rimandi all’idea di Anthony Burgees nel suo romanzo “Arancia Meccanica”, nonché alla rappresentazione di quest’ultimo attraverso l’omonimo film diretto da Stanley Kubrick. “Nudo ultras” si propone dunque di far riflettere sulla violenza umana attraverso una delle sue forme più primordiali e quanto mai attuali al tempo stesso: la violenza ultras, la violenza negli stadi. Ed è proprio lo stadio il luogo in cui apre la scena della rappresentazione. Molto semplice la scenografia sulla quale i quattro personaggi si sono esibiti: un fondo nero con un tavolo ribaltato e due sedie disposte in modo da formare una barricata. Cori da stadio, urla e grida contro lo stato, contro le forze dell’ordine, inni alla violenza, scene di ordinaria follia di una domenica calcistica. Gli ultras sulla scena definiscono lo stadio come la propria casa, da difendere o da conquistare a seconda dei casi. Una casa dunque, dove per chi la abita tutto è lecito, tutto è concesso, perfino la violenza più ingiustificata. È la storia di Pietro, un ultras del Palermo che descrive la sua violenza come derivato della inconsistenza della sua vita, del suo lavoro della sua famiglia, che trova nello stadio una valvola di sfogo, un palcoscenico su cui esibirsi nella propria natura animalesca priva della gabbia della vita quotidiana in cui ognuno di noi è rinchiuso.

Mattia Amato

25 giugno, 2009 at 15:10 by admin

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