BALLETTO CIVILE #2 / La colpevolezza dell’erede
Solo il rumore elettrico di un rasoio interrompe il silenzio e sul fondo grigio color metallo una luce fioca illumina l’aitante Maurizio Camilli della compagnia Balletto Civile, protagonista insieme ad Ambra Chiarello di Col sole in fronte, vincitore del Premio Nazionale della Critica 2010.
Una volta guadagnato il centro della scena è l’attore stesso a fornirci le indicazioni su come guardare lo spettacolo e cosa aspettarsi: “In questo spettacolo si ride, attenzione a non ridere troppo” dice lo stesso Camilli, in bilico tra artista e personaggio, e ancora ci informa che canterà poco e danzerà quanto basta: una sorta di libretto di istruzioni.
Il giovane rampollo veste solamente dei lunghi pantaloni bianchi e a petto nudo si mette in bella mostra sfoggiando simpatia e savoir faire, dialogando in dialetto veneto. Subito dopo ci presenta il dramma della morte del padre - imprenditore nel campo dell’alluminio - avvenuta sul posto di lavoro. In più scene rimarca la propria frustrazione per la sua condizione di semplice operaio, pur essendo futuro erede dell’impero del padre. Un prolungato senso di colpa risuona come un’ammissione plausibile di colpevolezza, mascherata però dalla ricerca di un presunto responsabile. È infatti tanta e molto forte la voglia di riscatto e rivendicazione dei propri diritti biologici e societari.
Una danza spasmodica fa da filo conduttore ai momenti turbolenti che si vengono a creare tra il giovane e la presenza femminile in scena. Una madre, una badante, una coscienza con la quale misurarsi, dalla quale farsi contenere quasi fosse un manto protettivo e ossessivo, con cui lottare per la supremazia di quello status imprenditoriale a lui mai riconosciuto. È soltanto lei ormai l’unico ostacolo per ottenere il comando della società paterna - di cui unica beneficiaria è la madre - ed avere finalmente la sanzione che crede spettargli. La relazione tra i due è fortemente ambigua, dalle rallentate colluttazioni che appaiono a tratti delle fusioni dalle sfumature sessuali a un danzato litigio che pare ristabilire il distacco tra i due personaggi sulla scena.
Ciò che si evince è l’assoluta dipendenza del giovane a questa figura femminile che possiamo ipotizzare essere il simulacro della madre, la quale cura, quasi fosse una badante, maniacalmente, egoisticamente, questo rampollo dai tratti simpatici ma alquanto problematici: quasi volesse proteggerlo sotto una campana di vetro.
Domenica Francesca Lo Giudice