IDENTITÀ IN GIOCO / Intervista a Stefano Jacoviello di laLut
Che cos’è Voci di Fonte? Perché è importante parteciparvi? Ci rechiamo all’Università degli Studi di Siena, in cerca delle risposte a queste e altre domande che rivolgiamo a Stefano Jacoviello, docente e partecipante storico della compagnia laLut.
Le attività di laLut esplodono durante il Festival, ma hanno incidenza sulle attività culturali di Siena lungo tutta la durata dell’anno. Durante l’edizione 2010 verrà presentato “Playing Identities”, un nuovo progetto che vi vede protagonisti e ideatori, finanziato dall’Unione Europea. Come si sviluppa il progetto?
Le caratteristiche specifiche di “Playing Identities” sono insolite rispetto a un ordinario progetto europeo, perché mettono in parallelo la ricerca scientifica e quella teatrale. La struttura interna di “Playing Identities” ci vede lavorare a stretto contatto con l’Università degli Studi di Siena, poiché la parte scientifica è necessaria, in questo progetto.
“Creolizzazione” può essere una parola d’accesso a “Playing Identities”?
Ci vorrebbe un trattato per illustrare questo processo. È un fenomeno che si verifica nelle situazioni di culture a contatto dove i partecipanti all’incontro sono obbligati alla negoziazione dell’identità; è un tipo di dinamica interculturale diversa dall’integrazione, che viene gestita dall’alto. La creolizzazione non costruisce spazi determinati e separati per le identità culturali, ma queste sono problematizzate. “Playing Identities” ha a che fare con una visione del mondo come uno spazio dove le differenze collassano e ci si trova obbligati a una negoziazione continua, dove l’identità sia frutto di un incontro, e non più un prodotto stabilito a priori. È il processo sociale che porta alla creazione dell’identità creola.
Qual è oggi un obiettivo necessario per Voci di Fonte?
Sin dalle prime edizioni era chiara la volontà di rendere Voci di Fonte un osservatorio nazionale sul panorama teatrale contemporaneo. Questo obiettivo si è concretizzato nella creazione del premio per la scrittura di scena Lia Lapini, ed è proseguita con il Creole Performing Cycle che spinge questo osservatorio anche fuori dai confini dell’Italia, raggiungendo altri paesi europei.
Voci di Fonte voleva essere un luogo dove si potessero vedere a Siena cose che non fanno parte di una programmazione istituzionale: non è un caso se inseriamo in programma gruppi che hanno un numero ridotto di repliche durante l’anno, spettacoli che hanno una circuitazione autogestita. Poterli presentare a Siena è un vantaggio per il pubblico. Oltre a questo Voci di Fonte si è assunto l’impegno di ospitare spettacoli che appartengono alla memoria del teatro: Peter Schumann e i Bread&Puppet, Pippo Delbono, Antonio Rezza.
Anche il bando Lia Lapini è un modo per perseguire l’idea dell’osservatorio: è stata la finestra che ci ha offerto uno sguardo sul panorama nazionale in maniera più diretta. Per la terza edizione abbiamo deciso di abolire il limite d’età per i partecipanti, e abbiamo ricevuto più di 150 proposte anche da gruppi pluripremiati, che concorrevano insieme a compagnie giovani. Il fatto che abbiano partecipato compagnie anche più mature e riconosciute è un dato importante. Significa che forse, oltre a non esserci spazio per i giovani, mancano spazi anche per le compagnie più blasonate.
Nell’editoriale del Festival, Siena viene presentata come un luogo in cui coesistono tempi e memorie diverse. Siena però è anche e soprattutto la città del Medioevo, ed è come se il teatro potesse restituire alla città delle temporalità inespresse.
Voci di Fonte ha voluto agire sui luoghi medievali e rinascimentali (i diversi livelli dell’ex ospedale Santa Maria della Scala, le fonti di Pescaia e quelle delle Monache in via delle Sperandie). Siamo particolarmente legati alle Fonti di Pescaia, che sono state considerate a lungo un luogo da recuperare, perché periferico ma centrale allo stesso tempo, nascosto e da scoprire. È il luogo dove, nella nostra immaginazione, le storie trovavano voce. Le “voci di fonte” sono quelle di chi si incontrava per raccontare ad altri la propria storia. Il tempo risiede nelle storie che vengono raccontate. Volevamo recuperare quella memoria, facendo in modo che le Fonti fossero ancora luogo di incontro e di scambio di racconti, tra le persone del luogo e quelle che vengono da fuori. Il teatro è uno strumento che potenzia questo scambio.
Diciamo che Siena è raccontata e si racconta molto come città del Medioevo, in realtà nelle pietre che la costruiscono dimostra stratificazioni di tempi che continuamente sovrascrivono quest’immagine. Volevamo fare qualcosa di alternativo, offrire un attraversamento di Siena attraverso quegli strati temporali che compongono tutta la città.
Dunque le Fonti di Pescaia non sono vestigie del passato, pietre mute, ma luogo attuale, non museale. Non abbiamo mai voluto fare un museo del teatro, dove lo spettatore entra in punta di piedi e guarda le cose da lontano, ma crare un luogo dove le esperienze e gli sguardi si incontrano. Il festival è luogo di esperienze, di opere messe a confronto.
Come è cambiato il pubblico del Festival?
Il rapporto con il pubblico è sempre stato al centro del lavoro di laLut. Abbiamo lavorato per cittadini, universitari, pazienti psichiatrici. Abbiamo sempre cercato di costruire un pubblico del teatro di ricerca, e oggi possiamo essere fieri del fatto che il pubblico che partecipa alla sezione sperimentale della stagione del Teatro Comunale è in gran parte lo stesso pubblico cresciuto con il Festival. Il pubblico di Voci di Fonte nello specifico si è ampliato molto, negli anni, ed è oggi decisamente trasversale. E speriamo di continuare a crescere.
Come vivete il passaggio dalle Fonti al centro della città, dalla periferia a dentro le mura?
Il festival era in quella zona della città che possiamo definire marginale da un punto di vista di equilibri culturali della città, oltre che da un punto di vista geografico. Abbiamo mosso un’attività proveniente dal basso, che mirasse a costruire qualcosa di strettamente connesso all’attualità. Il fatto che Voci di Fonte abbia assunto dei luoghi più centrali e istituzionali è uno scambio reciproco per la vita culturale di questa città.
Per i visitatori-spettatori del Festival, andare alle Fonti assumeva un senso di scampagnata, pur essendo a cento metri dalle mura. Santa Maria della Scala è al centro. È un luogo istituzionale per la cultura senese, è il museo più importante della città, accanto al Duomo e al Palazzo Civico. Il fatto che Voci di Fonte da esperienza marginale abbia prodotto un’interpolazione con Santa Maria della Scala produce una proposta non istituzionale che incrocia la vita delle istituzioni cittadine, potendo così dare un apporto alla politica culturale della città.
Che cosa rappresenta l’immagine del Festival 2010?
Il sub che emerge dalla terra arsa è il nostro spettatore. È in frac ed emerge tutto bagnato da questo terreno arido. È un’immagine straniante. Si dice sempre che il panorama culturale è desertifcato, privo di proposte e attività culturali. Noi siamo dell’idea contraria. Siamo convinti che Siena sia brulicante di attività culturale, di giovani che lavorano di nascosto, e che semmai non riescono ad emergere. In questo senso l’immagine che Voci di Fonte vuole trasmettere è proprio quella di un’emersione. Vogliamo anche un po’ scherzare, pensando che lo spettatore di Voci di Fonte sia così tenace da poter fare il bagno nel deserto. La proposta è tale che nonostante una presunta desertificazione riesce a portare a segno le sue iniziative. Ed è lo spettatore che rende possibile questo risultato. L’auspicio è quello di portare proposte culturali attive anche laddove l’opinione comune non vede altro che il deserto.