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20 giu 2010

MEMORIA D’ATTORE / Conversazione con Giancarlo Ilari del Teatro Due

Abbiamo incontrato Giancarlo Ilari, attore ultraottantenne che ha partecipato al Festival interpretando il ruolo di Krapp nello storico atto unico di Samuel Beckett diretto da Massimiliano Farau del Teatro Due.

Com’è cominciata la sua carriera d’attore?

Ho cominciato da ragazzo, con lo spirito del gioco, che è poi quello del teatro. Ai miei tempi non c’erano molte possibilità di divertimento e così, per passare il tempo, mi sono inventato il teatro. Ho cominciato con i burattini, con cui ho creato dei piccoli spettacoli per i bambini che si raccoglievano nel cortile della mia casa. Ho subito amato l’idea di avere delle persone di fronte a me, che reagivano alle mie invenzioni. è una grande gratificazione sentire le risate, i commenti, gli applausi degli spettatori. Durante la guerra ho poi frequentato tutte le filodrammatiche che esistevano a Parma. Ogni parrocchia aveva il suo teatrino: c’era molta competizione tra l’uno e l’altro. Ho recitato anche nella filodrammatica dei Salesiani, dove c’era un teatro vero, con il sipario di velluto rosso e frange d’oro, un regista e dei costumi. In seguito ho cominciato a lavorare nei Centri Universitari Teatrali, il che voleva dire essere contemporaneamente a un passo dal dilettantismo e a un passo dal professionismo. Abbiamo lavorato con un regista croato molto importante, Bogdan Jerković. Allora il teatro universitario era l’equivalente del teatro d’avanguardia: si sperimentavano testi che i registi affermati, per varie ragioni, non avevano il coraggio di affrontare. Appena l’Indice è stato abolito, siamo stati i primi a mettere in scena La mandragola di Machiavelli. Abbiamo messo in scena anche un soggetto cinematografico, Uccellaci e uccellini di Pasolini.

Affrontavate anche tournée fuori dall’Italia?

Giravamo il mondo, in periodi in cui il turismo era riservato solo ai ricconi. Siamo persino stati a Istanbul per due settimane. Allora lavoravo come disegnatore in una grande vetreria, e il mio capo mi odiava, perché nonostante fossi un semplice operaio, suo sottoposto, giravo il mondo quanto e più di lui. Nel ’68, poiché i teatri universitari erano di sinistra (ma potremmo dire comunisti), i governi di destra hanno tagliato immediatamente i finanziamenti, costringendo i CUT a sciogliersi. Così ho fondato una compagnia a Parma, il Gruppo Eventi Teatrali, che ha raccolto per qualche anno alcuni nostalgici, recitando per amici e spettatori occasionali. Avevamo preso in gestione un teatro parrocchiale, uno spazio che abbiamo dovuto sistemare, e in parte restaurare. Quando poi a cinquantacinque anni sono andato in prepensionamento, spinto dall’azienda che aveva problemi economici e stava per chiudere, sono stato chiamato dal Teatro Due dove ho lavorato per dodici anni consecutivi. Ho poi avuto a che fare anche con altre compagnie: con Tonino Conte del Teatro della Tosse di Genova, con il Teatro dell’Elfo di Milano e sono stato due anni in tournée con Franco Battiato, per l’opera su Federico II, Il cavaliere dell’intelletto. Uno degli spettacoli più belli in cui ho lavorato è stato Il guardiano di Pinter con Santagata e Morganti.

Quali cambiamenti ha vissuto nella sua vita dal punto di vista del lavoro d’attore, anche in relazione alla memoria?

Se è avvenuto un cambiamento è avvenuto molto gradualmente. Finché si fa teatro da giovani, per divertirsi, è un gioco che si fa insieme agli altri, ma quando in seguito si passa al professionismo tutto cambia. Subentrano denaro, invidie e rivalità tra gli attori: ci si incontra, ci si bacia e abbraccia, ma in realtà è sempre pronto un pugnale per colpirsi alle spalle. Ogni attore vede nell’altro un potenziale nemico.

Le differenze ci sono sempre quando si cambia regista. Più registi si cambiano e meglio è: è un modo per arricchirsi. Si rischia altrimenti di chiudersi in se stessi. Io avevo sempre interpretato parti comiche, poi qualche regista ha scoperto che rendevo anche come attore drammatico e per me è stata una grande soddisfazione. Quando ci si confronta con un personaggio ostico, è bello faticare e arricchirsi attraverso la lotta. La memoria è una macchina cha va tenuta sempre in esercizio. Se ti abitui fin da ragazzo, puoi arrivare anche in età avanzate con la memoria sempre fresca. Ci sono spettacoli che ho fatto nel passato che potrei ripetere anche adesso.

Che rapporto vive con il pubblico?

Il teatro si fa per il pubblico. Se non si ha il suo consenso bisogna cambiar mestiere. Oggi gli spettatori sono un po’ maleducati, nel senso che applaudono sempre, anche quando non amano lo spettacolo. Una volta, nei teatri universitari, spesso il pubblico cominciava a battere i piedi e la compagnia era costretta a chiudere il sipario. Il pubblico deve essere preparato, e oggi non lo è. Bisognerebbe parlare di teatro dalla mattina alla sera, soprattutto nelle scuole. Ricordo un Amleto di Leo de Berardinis, un lavoro estremamente interessante: sono rimasto stupito che il pubblico, composto di studenti, fosse rimasto di ghiaccio, come bloccato: non aveva capito niente. Quando gli spettatori erano più educati al teatro, più maliziosi, amavano discutere: quando andavo al Teatro Regio a vedere la lirica, si faceva una fila di due ore, magari sotto la pioggia e quando si apriva la porta si correva sul loggione, scavalcandosi e dandosi spintoni per raggiungere il posto migliore. Finito lo spettacolo si facevano le ore piccole: capannelli davanti al teatro che restavano lì fino all’alba, a parlare di quello che si era visto e ascoltato.

Cosa vuol dire mettere in scena Beckett oggi?

Non ci sono autori migliori di Beckett, in questo momento. Il teatro è nato per mettere in crisi la società, fin dal tempo dei greci e dei romani. Pensiamo all’Antigone, che mette il re alla berlina di fronte al popolo: questa è democrazia. Adesso questo non sarebbe possibile. L’ultimo nastro di Krapp è un monologo, e i monologhi mi sono sempre sembrati demenziali, perché poco credibili. Ma il Krapp di Beckett parla con il giovane se stesso, ed entrambe le voci sono sue. Beckett ha un’impostazione fuori dalla norma, ma che affascina. Il teatro deve emozionare prima di tutto, oppure far ridere, altrimenti non vale la pena vederlo. Ogni spettacolo di Beckett ha un linguaggio proprio, diverso da quello del teatro tradizionale e L’ultimo nastro di Krapp è una delle sue opere migliori.

Che lavoro ha esercitato sulla sua voce per questo spettacolo?

Ho cercato di rendere la voce più giovanile per la registrazione dei nastri. La voce dal vivo del vecchio è piena di cadute, di risalite, dovute anche all’età. Il giovane Krapp è invece molto lineare, sembra un liceale, molto controllato e composto, deve fare arrivare bene le parole. è una chiave di lettura registica che ha motivazioni comprensibili. Il bello del teatro è la possibilità infinita di variazioni. Fare l’attore è stato per me una grande terapia, mi ha aiutato a vincere la mia timidezza e a uscire fuori da situazioni pesanti e dolorose. Mi ha fatto rinascere. Amo la stupenda operazione che è l’allestimento: da un foglio di carta viene fuori uno spettacolo. è molto gratificante. E poi mi permette di stare sempre in mezzo a dei giovani, il che aiuta a mantenersi vitale. Sono vent’anni che dico basta, questa è l’ultimo lavoro che faccio. E invece, come vedete, sono ancora qui.

Tags: attore, giancarlo ilari, intervista, teatro due, Voci-di-Fonte

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2 Responses to “MEMORIA D’ATTORE / Conversazione con Giancarlo Ilari del Teatro Due”

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