Conversazione con Tommaso Sbriccoli e Giancarlo Pichillo, antropologi, a proposito del film “Come un uomo sulla terra” e del progetto “Io non respingo”
Come nasce il votro lavoro?
Tommaso Sbriccoli - Nasce all’interno di una campagna nazionale lanciata da alcune associazioni di Roma e italiane, come Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.com), che tiene conto di un bollettino di guerra della strage continua della migrazione verso l‘Europa, Asinitas Onlus (www.asinitas.org), una scuola d’italiano in cui vengono date conoscenze anche di ripresa video e in cui Dagmawi Yimer, uno degli autori del film ha imparato le tecniche di ripresa e ha deciso di sviluppare questo video partecipativo con Zalab (www.zalab.org), che lavora da anni sulla creazione di narrazioni filmiche.
L’iniziativa si propone, tra il 10 e il 20 giugno 2009 in tutta Italia, di mostrare il film e creare un dibattito sulla migrazione in Italia e in Europa. Le date sono state scelte perché il 10 giugno 2009 è la data dell’arrivo in Italia di Gheddafi. Vogliamo mettere in discussione la relazione tra Italia e Libia e il rapporto di gestione dei flussi che crea, con la connivenza delle istituzioni italiane, la situazione dei campi Libici e delle tragedie a cui assistiamo; il 20 giugno 2009 è la giornata mondiale del rifugiato che esisteva dapprima in Africa, poi dal 2000 riconosciuta con il patrocinio dell’Onu, importante per sensibilizzare sulle tematiche del rifugio, dell’asilo politico e delle guerre globali. Ci sentivamo di appoggiarla e di farci portavoci del film, per la ricerca che abbiamo compiuto quest’anno all’interno del Dipartimento di Antropologia, Filosofia e Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Siena. Ci siamo costituiti in un’associazione informale di antropologi, Asilo Antropologi, e abbiamo fatto ricerca a Follonica in un campo temporaneo per richiedenti asilo, in un villaggio turistico diventato un centro d’accoglienza per quatto mesi da novembre a marzo-aprile 2009, attraverso un progetto elaborato dal Dipartimento in convenzione con la Costituzione di Follonica. Il rapporto che si è creato con le persone, e lo sguardo che siamo riusciti a gettare su questa realtà di micropratiche e di rapporti personali, ci hanno portati ad interessarci più attivamente a questo tema. L’iniziativa si configura da un lato con la presentazione del film, riguardante le storie di vita di alcuni emigranti, che sono stati in campi dell’esercito e della polizia libica, una discussione quindi sia su queste tematiche generali, sia sulla ricerca sul particolare, con la proiezione di un reportage fotografico di Daniela Neri, svolto a Follonica, e un intervento di Amnesty International che patrocina la raccolta firme “io non respingo” lanciata da Asinitas Onlus e Fortress Europe. Una serie di iniziative che mettono insieme campagne nazionali ed esperienze locali, che sperano di coinvolgere la cittadinanza in una discussione ad ampio raggio.
Come sperate che il pubblico del film risponda?
T. S. - Nostra volontà è quella di rendere pubblico un dibattito che spesso avviene solo a livello mediatico
e talvolta indirizzato…
Giancarlo Pichillo - Anche noi indirizziamo, ma ad uno sguardo comparativo. Da antropologi possiamo mettere in luce come l’Italia, stato di diritto, non mantiene tale promessa. Non siamo ai livelli parossistici della Libia che emergono nel film, ma l’esperienza follonichese racconta quello che c’è nel mezzo fra l’arrivo del barcone e la vita del protagonista e del co-autore del film. Un universo variabile di possibilità per il richiedente asilo, frutto di un clima legislativo denominato da un contesto definito di emergenza clandestini. Follonica ci mostra qualcosa che stride con la nostra percezione del diritto, in quanto luogo accogliente, ma in cui non c’è integrazione, perché manca una tutela giuridica. Queste persone, che non parlavano italiano, sono state lasciate alla mercé di un iter giuridico burocratico che, senza un interveto esterno, avrebbe condotto ad un respingimento della loro domanda d’asilo. Lo sguardo comparativo può aiutarci a relativizzare le nostre certezze, senza andare a sbiancare le responsabilità che possono essere della Libia, dell’unione europea o di altri stati africani. Contemporaneamente ci racconta quell’universo grigio non mostrato dai media e dai politologi, fatto di iter burocratici lunghissimi, che distruggono la personalità interiore e bloccano l’accesso all’integrazione, alla cittadinanza e ai diritti.
…quindi anche nei centri d’accoglienza gli immigrati vengono lasciati a se stessi?
T.S. - È un sistema che funziona a vari livelli e si può parlare a questo punto di un mercato dell’immigrazione. L’Italia ha una doppia retorica: da un lato si sente abbandonata dall’Europa nella gestione dei flussi, dall’altro prende molti soldi dall’Unione Europea che vengono utilizzati in esternalizzazioni e nell’inserimento di privati. In questo doppio binario si hanno istituzioni come l’Ospedale Desprar in cui i richiedenti asilo sono inseriti con bandi pubblici e con una sorta di garanzia di statuto, assistenza legale, psicologica, ottenendo la possibilità di imparare l’italiano e di intraprendere il percorso burocratico con il sostegno di persone che conoscono la situazione italiana e possono indirizzarli. Coesistono, così, mondi paralleli, come Follonica o i Cara, dati spesso in gestione di terzi secondo una captazione priva di ogni regolamento. A Follonica la prefettura ha contattato direttamente un imprenditore locale, bypassando il comune la provincia e la regione, affidando il compito di gestire 200 persone nel suo villaggio turistico per circa un milione e mezzo di euro, per quattro o cinque mesi di ospitalità.
G.P. - Lo SPRAR emerge come elemento positivo, ma posside una politica al ribasso. Frutto della Bossi-Fini, ha uno sguardo caustico verso gli immigrati, perché pone dei limiti di sei mesi, dopodiché, se tu migrante e hai imparato l’italiano e sei riuscito ad inserirti in un percorso, bene, sennò… Ovviamete poi ci sono le pratiche, che sono una cosa diversa, e anche le strutture stesse, che a volte non se la sentono di buttare fuori queste persone.
T.S. - Si parla dell’utilizzo dei fondi attribuiti per l’accoglienza, per la ristrutturazione di alberghi rifatti a nuovo ospitando d’inverno richiedenti asilo e ricominciando la propria attività nei periodi turistici. Ciò avviene al di fuori di bandi pubblici, con la politica italiana di rapporto diretto fra istituzioni e privati. Problematiche che riguardano da vicino ciò che noi siamo disposti a tollerare e che ci cambia. È un processo di sensibilizzazione che vuol essere di ampio respiro, poi avremo due ore, chissà cosa riusciremo a fare!
G.P. - Oltre la presa di coscienza di questa disumanizzazione vogliamo far passare un messaggio chiaro: non si bloccano i flussi con politiche populiste o razziste! Esiste una sperequazione di risorse e di accesso ad esse. Queste persone non si fermeranno perché noi chiudiamo i confini, perché i confini sono porosi per definizione. Se volessimo essere egoisti bisognerebbe dire “non abbiate bisogno di venire qua”. Si deve creare una coscienza, perché c’è un’umanità dietro a queste persone e dei motivi che vanno fatti emergere. Se vediamo il migrante quando è su una nave, e non c’interessa per nulla il contesto da cui parte, non lo capiremo mai.
T.S. - Danilo Zola, un politologo, afferma che dovremmo passare dal diritto a migrare a quello a non migrare.
Dopo questo progetto, avete pensato di proporne uno che si occupi di accoglienza e di cittadinanza?
T.S. - Abbiamo proposto un progetto, con il Dipartimento, a livello regionale, scritto negli ultimi mesi, aspettiamo risposta dall’Assessorato alle Politiche Sociali. L’idea è quella di studiare il sistema di accoglienza toscano e creare un gruppo di ricerca, cercando di comprendere quali sono le criticità e potenzialità, per il riconoscimento dei diritti e la concessione della cittadinanza, fondamentali per qualunque persona che calchi il suolo della nostra nazione. A Torino alcune associazioni di terziario hanno sviluppato un progetto con associazioni per riuscire a fornire, dall’arrivo fino all’integrazione, l’accesso a istruzione, assistenza legale e psicologica, ma anche l’ inserimento nel mondo del lavoro e l’inserimento nel mondo dei diritti. Bisognerà vedere come procede e noi vorremmo anche per la Toscana arrivare ad uno sbocco del genere.
G.P. - Noi italiani la conosciamo bene. Siamo emigrati ovunque e siamo ancora emigranti. Non mi riferisco solo ai poveracci, ma anche alle persone con cui stai parlando ora, che magari domani decideranno di andare a lavorare in Europa perché qui non c’è niente.
T.S. - In America per la Gelmini ci possono dare asilo politico, potendo dimostrare di essere perseguitati! (risate)
G.P. - Anche Garibaldi era un rifugiato – e magari fosse rimasto fuori dico io….. se non fosse tornato mai sarebbe stato meglio. Questo progetto può essere un piccolo passo, certo occorre coinvolgere tante persone.
Il razzismo dei cittadini è innato? Qual è il motivo di questa chiusura morale, considerato il nostro passato?
T.S. - È complesso. Non esiste un razzismo strutturale, ma è il prodotto di un certo tipo di relazione sociale e politica della differenza e la situazione attuale italiana è idonea a crearlo.
Stiamo facendo un diario dell’esperienza follonichese e, analizzando la stampa di quei mesi, ci siamo resi conto di come i giornali costruiscano la figura dello straniero secondo metodologie che non mettono mai in discussione il proprio statuto di verità. Tale meccanismo è utilizzato per far passare qualsiasi visione, anche la più abietta, come naturale, creando nell’opinione pubblica un immaginario dell’immigrato che può essere tirato fuori ad hoc. A Follonica c’è stato il terrore di una presunta epidemia di Tbc, portata dagli immigrati! Archetipi e visioni che fanno pensare che il razzismo sia insito nella natura dell’uomo. In realtà non è così.
G.P. - La diffidenza dell’altro, quella sì può essere strutturale , però chiamarlo razzismo no, perché è contestuale. La società stessa è complessa in sé e sarebbe sbagliato dare un’idea di un monolite che rifiuta. Però un tempo di incertezza economica, il processo di deterritorializzazione, di flussi di persone, le immagini curate dai media, l’ignoranza, possono sfociare in episodi di razzismo. È grave e può diventare strutturale quando interviene lo stato, e qui lo stato sta intervenendo. Ci deve essere una resistenza, un non chiudere gli occhi, perché non basta dire “io non sono razzista, io vi voglio bene” No! Devi remare contro il razzismo di stato, perché sennò fra quelli favorevoli e quelli che se ne lavano le mani, chi veramente lotta viene emarginato. L’apatia è peggio, io preferisco una coerenza, almeno so dove colpire!