Conversazione con Alessandro Serra di Teatropersona
Il corpo come strumento per possibilità precluse all’uomo. Teatropersona vede ogni esercizio divenire un pretesto per “creare”, con una pratica teatrale riconducibile ad una forma di rituale in cui lo spettacolo emerge da un sostrato di anima e corpo dell’attore. Suo sacrificio ultimo è trasfigurarsi in un cadavere che tenta di muoversi, evocando immagini di vita e riportando lo spettatore ad un passato lontano. Ce ne parla il regista-drammaturgo e fondatore Alessandro Serra.
Che riferimenti avete?
La nostra sperimentazione guarda a tre grandi tradizioni: Grotowski per il training, la qualità della voce e la ricerca sull’attore svuotato come tubo risonante e cassa armonica; Decroux per il lavoro sul corpo, attraverso il suo allievo Yves Le Breton, dal quale abbiamo attinto il rigore, la grammatica e l’oggettività del movimento scenico e fisico; Mejerchol’d e la biomeccanica, intesa in termini fisici, ma soprattutto drammaturgici per la costruzione della scena. Ha trovato spazio anche il canto gregoriano, conosciuto a Sant’Antimo e sul quale abbiamo sperimentato la possibilità di uno spazio scenico altro.
In che modo è nato il vostro gruppo di sperimentazione?
Teatropersona attualmente è formato da me e da Valentina Salerno, ma collaboriamo con gruppi esterni con cui sperimentiamo le nostre ricerche. Purtroppo facciamo i conti con un’epoca teatrale in cui il concetto di gruppo è sentito come desueto. In realtà io ci sono particolarmente affezionato, perché credo che si possano raggiungere determinati livelli performativi solo attraverso un lavoro continuativo e stratificato con le stesse persone, costringendoti a creare lavori inediti, non rischiando di cadere nella noia.
Com’ è stato concepito questo spettacolo?
È nato dall’incontro fortuito con Alessandra Cristiani, danzatrice Buto, una pratica a cui non ci siamo mai avvicinati. Per noi, che sottostiamo alla bellezza, il lavoro non ha senso se non è finalizzato alla creazione artistica. L’infanzia è uno dei temi fondanti, presente fisicamente in una bambina di nove anni, allieva di Valentina Salerno, ma soprattutto in forma onirica e ritorno atemporale ad essa, in un teatro fatto di cose morte. Anche se non sono stati voluti, l’infanzia, così come la morte, sono temi ricorrenti nei miei spettacoli, pur non essendone punti d’avvio, ma ritornano come evocazione e inno alla vita. La parola stessa “manichini” etimologicamente significa “piccolo uomo, bambino”. “Trattato dei manichini”, poi, è un racconto di Bruno Schulz a cui non ci siamo ispirati tanto per la storia, ma leggendolo può essere come una sorta di manifesto della nostra pratica.
In che modo vi siete avvicinati al Premio Lia Lapini da voi vinto lo scorso anno?
Ad attirarci fu la dicitura “Premio di Scrittura di Scena” che definiva perfettamente il nostro lavoro. Noi letteralmente scriviamo in scena e quando ci basiamo su un testo, difficilmente sopravvive alla pratica; la parola si modifica così come la forma dell’attore. Vincere fu una sorpresa e ci ha dato il sostegno di un gruppo di artisti che, come noi, unisce le proprie forze per creare un punto d’incontro fra il pubblico e il teatro.
Caterina Meniconi