Pro & Contro 1#: Le Sagome di laLut
La sagoma ha i contorni sfocati, ha i lineamenti poco definiti. Ha un sapore sfuggente e un colore sgargiante. Ma la sagoma non è determinabile, non è concretizzabile. Come questo spettacolo, del resto.
Ci si trova catapultanti all’interno di un seggio elettorale, due cabine, una scatola al centro che conterrà i voti. Da dietro spuntano le tre sagome, una ad una, in tutine aderenti e coloratissime. Indossano grossi anfibi e impugnano neri bastoni (che fanno molto Arancia Meccanica), sbattendo i quali provocano rumori, che sono le uniche cose percepibili. Altrimenti non una parola. Non parlano, le sagome.
Si rincorrono intorno alle cabine elettorali, votano tappandosi il naso, impediscono alla terza sagoma di votare. Le strappano infatti il foglio più volte e la bloccano, dando vita così a gag frizzanti che vertono essenzialmente sulla mimica degli attori, dalla grande presenza scenica, e sui movimenti del corpo fasciati in quelle tute arlecchinesche. Il riferimento alle elezioni è cristallino, in questa prima parte, la concretezza della scatola con su scritto “ministero degli interni” non può che rimandare a quell’ “Evento”, croce e delizia del nostro paese. L’urna che diventa improvvisamente pesante, la molletta che viene messa sul naso al momento del voto, l’impossibilità per una di loro di votare sono tutti chiari riferimenti a un argomento preciso: le elezioni. E sembra sottintendere persino una presa di posizione, al riguardo. Che ci piaccia o no il luogo deputato è quello e le attinenze non possono essere differenti. Ma qui si osa di più. Nelle parti successive, infatti, la scena cambia e delle elezioni più nemmeno la traccia: un quadro di famiglia ci si pone innanzi, e anche le sagome sono vestite diversamente. Forse sono cresciute, hanno formato una famiglia, forse è semplicemente un’altra scena che non ha la presunzione di porsi in relazione con la precedente. E così anche per la terza “parte” in cui, ancora più invecchiate, le sagome forse aleggiano ancora di più nell’indefinito, nell’indeterminato. Perché le sagome sono sfuggenti e non si possono relazionare con la realtà.
Il problema è che il sasso è stato scagliato, ormai non è possibile far finta di niente. Dov’è finito l’argomento accennato chiaramente sin da subito? Sin con il primo sguardo alla scena? Non si tratta di evocazione, in questo caso, si tratta di concretezza. Un segno tangibile è stato posto sul palco, con tutto un suo valore semantico dietro, ma viene lasciato lì, non si compie. Non si sviluppa, ed è un peccato perché si rimane con la bocca asciutta mentre si stava pregustando un argomento che poteva invitare alla riflessione. Perché la necessità di fuggire? Forse per ripiegare nell’astratto. Ma l’astrazione è un’arma a doppio taglio e rischia di confondersi facilmente con l’anarchia. La suggestione c’è, soprattutto grazie alle interpretazioni comiche e allo stesso tempo commoventi degli attori (Sergio Licatolosi, Francesco Pennacchia, Angelo Romagnoli), rese ancora più incisive dalla mancanza della parola. Il volto e il corpo hanno comunicato di più. Ma il dubbio, l’amaro, rimangono in merito alle scelte fatte dal regista.
Perché non mantieni quel che prometti,allor?
Francesca Sacco
Non credevo di aver promesso, con l’inizio dello spettacolo, di trattare un argomento. Perché credo in un teatro che non debba, come la scuola, trattare argomenti e soprattutto non debba, come la televisione, comunicare qualcosa. Gli addetti alla comunicazione fanno già benissimo questo mestiere. Il teatro è un gioco, non un discorso. La scrittura di scena si prende la libertà, che per fortuna si confonde facilmente con l’anarchia, di usare i segni che vuole, dall’urna a cristo, senza nessun senso del dovere, e soprattutto nessuna responsabilità comunicativa. I simboli sono di tutti e ciascuno è libero di usarne la superficie disconoscendone il senso, come fanno i bambini.
Il primo pezzo dello spettacolo è dedicato all’infanzia, che ride della politica senza conoscerla, e ne svela la vanità.
Il teatro non tratta tesi, pone questioni, semmai. L’invito alla riflessione resta implicito. Ognuno si rifletta dove vuole, nello spettacolo, perché, come diceva già Oscar Wilde, “Ogni arte è insieme superficie e simbolo. Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio. L’arte rispecchia lo spettatore, non la vita.”
Filippo De Dominicis