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festival di Siena - VI edizione
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20 giu 2010

RECENSIONE / Il gioco di B.I.C.U.S. e il posto dello spettatore

Da via delle Sperandie, si scende alle Fonti delle Monache accompagnati da un signore cordiale ed elegante. Lentamente camminando, illustra la storia del luogo: dalla vita di clausura delle monache benedettine di Sant’Agnese, al recente restauro curato dell’Associazione ‘La Diana’. Giunti alla Fonte, la guida invita gli ospiti a prendere posto ai bordi di una vasca piena d’acqua sulla quale, all’incrocio di due assi di legno, è posizionata una vecchia sedia. Vi si accomoda e prosegue il racconto delle benedettine.

D’un tratto, senza il minimo preavviso, una frase inattesa: “È al terzo appuntamento che le invito a casa”. Di chi sta parlando? Le monachine? Il silenzio tra una parola e l’altra si è fatto pesante. La visita guidata si trasforma in modo repentino nella confessione privata dei vizi di un uomo, molto probabilmente, ‘schifoso’. A quanto dice, propone a giovani donne un incontro a casa sua. Conquistato l’agio della cordialità irrompe: “Come la prenderesti se ti legassi?”. Molte accettano, poche rifiutano. Il racconto si sviluppa nei minimi dettagli fino al finale, dove lo spettatore è costretto a rilevare uno stretto legame tra la sua condizione e quella delle ‘vittime’.

Dove finisce il normale dialogo con le gentili ospiti e dove inizia la proposta indecente? Dove si conclude la visita alle Fonti e dove scatta il ‘gioco’ teatrale? C’è un momento preciso che occorre sondare, dove si segna il passaggio tra un ‘patto’ comunicativo e l’altro.

La regia di Giuliano Lenzi e l’interpretazione di Ugogiulio Lurini in B.I.C.U.S. restituiscono a livello drammatico i problemi teorici alla base delle Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace: la capacità del discorso di costituirsi come strumento di plagio e ricatto, ma anche come ricerca di sé.

Che cosa resta del modello dell’‘intervista’ se la figura dell’intervistatore tace e il suo ruolo coincide con un puro uditore-spettatore? È la forma del confessionale a prendere campo: la necessità di sostenerci a vicenda – oggi attori, domani spettatori – nel gioco di costruzione delle identità soggettive.

Francesco Zucconi

20 giugno, 2010 at 16:11 by admin

Tags: festival, lalut, recensione, Voci-di-Fonte
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27 giu 2009

Pro e contro #2: Le Sagome di laLut

Due cabine elettorali, un piccolo tavolo con una scatola su cui è scritto “Ministero dell’Interno”, fogli e matite accanto. Il bianco domina i teli delle quinte, il legno delle cabine e il cartone della scatola, in una scena che suggerisce un seggio elettorale, lontano dalla consueta immagine a cui la realtà ci ha abituati. Questo lo scenario in cui, una ad una, si muovono tre Sagome bizzarre, vestite di colori stravaganti che suscitano le risa degli spettatori. Con movenze comiche, miste di animalesco e alieno, e senza mai proferire parola, cominciano ad esplorare un luogo sconosciuto, fra guizzi, giochi e curiosità infantili, scoprendo finalmente la scatola, fulcro della scena. È pesante per le loro braccia, impossibile da spostare, e i loro inutili tentativi si trasformano in quadri esilaranti, specie nel momento in cui la scatola è per sbaglio sfiorata e fatta cadere a terra. Con fatica riescono a riporla sul tavolo, ma tutto è accaduto. Ne sono entrati in contatto e restano quasi contagiati dalla gravosità di quel peso, ne divengono schiavi. La carta e la penna il loro unico mezzo, il voto l’unico intento, che li percuote di brividi di piacere, annebbiandone le percezioni. Si vota con mollette che tappano il naso, ma uno dei “vermoni” non riesce a seguire le azioni degli altri che, anzi, lo osteggiano in ogni suo tentativo, privandolo della possibilità di votare ed arrivando a veicolarlo nella scelta. Questo il primo quadro scenico che porta con sé tematiche molto attuali, lasciando la libertà allo spettatore di ritrovarvi una propria lettura. Il peso di un unico voto, l’assenza del libero arbitrio, l’imposizione velata di scelte altrui e la facile corruttibilità di animi ingenui, sono alcuni degli spunti presenti e si sprigionano lentamente fra le ilari espressioni degli attori. Comicità quindi, ma che preserva significante e significato.
Le dinamiche si evolvono in tre quadri legati e in netto contrasto. Nelle cabine due realtà, comico e malinconico, convivono come sfondo musicale, l’uno in dita che sfregano un palloncino rosso, l’altro in un soffio di un’armonica: una cantante che intona “Boys don’t cry”, costruendo una scena tripartita, in cui lo spettatore può scegliere su cosa e chi volgere lo sguardo. Sono sempre loro, certo, ma trasformati, plasmati dalla Terra. O forse sono altri? Questi i pensieri che combattono nella mia mente. Ma che importa, osservo e sento, questo mi basta. In un attimo quelle due stesse realtà si trovano a contendersi il testimone per poter procedere nell’azione, ma la battaglia non ha fine, non si risolve adesso, non è il momento. L’ambientazione, con un cambio a vista delle cabine unite in un unico blocco operativo, diventa una casa in cui tre personaggi, suppongo padre, madre e figlio, cominciano ad agire. La comicità non ha lasciato il palco, pur macchiata di grottesco, e si mostra nella tensione sessuale tra i genitori che sembrano guardare al figlio come un peso, tanto da portare entusiasti in scena un dono, quella stessa scatola, cambiata, evoluta e scartata con avidità convulsa di fronte all’incredulità del figlio. Niente sorrisi per lui, solo la consapevolezza di doversene andare ed entrare nel mondo. Questo il messaggio percepito nel vederlo vestirsi con abiti a lui estranei, caricato di tavolo, sedia e vassoio del caffè e ammutolito con l’armonica che gli viene posta in bocca ed esala le sue ultime note. Ritorna, sì, ma porta con sé soltanto malinconia, che finalmente vince il testimone e diviene la regina della scena. Le due figure, un tempo dinamiche, sono adesso stanche, vecchie, trascorse. Anche lui è cambiato. Quell’ingenua incredulità ha lasciato il posto soltanto a disinteresse e freddezza. Ed ecco che si apre l’ultimo quadro: la madre, appesantita dal grasso e dal tempo, sembra alzarsi da terra, guizzare verso una luce che viene dall’alto, accompagnata dal suono melodico di dita passate sul bordo di bicchieri. Ma non è un riscatto e nemmeno una rinascita. Il suo volto è trasfigurato, quasi demoniaco nel vedere il marito morto sotto il suo peso. Dal sorriso meravigliato passa a schizofrenia pura, in cui le mani si agitano, le risa invadono la platea, morendo in un qualcosa che assomiglia al pianto. Buio.
Questa la mia visione de Le Sagome: angoscia e sofferenza, scelte indotte e vendetta indifferente; ma sia chiaro, soltanto la mia. Non si può esplicare del tutto e darne un’unica lettura. Dalla scena si aprono spunti di riflessione, dettati dall’anima di chi vede e non di chi agisce. Emozioni che nascono forse perché sopite e risvegliate dai quadri visivi sparati in platea. Posso dire che alla fine a stento ho trattenuto le lacrime, scoppiando in un pianto liberatorio. Non so spiegarne il motivo. È successo e basta. La mia interpretazione è che ognuno può riconoscervi paure e oppressioni proprie, altre da chi gli siede accanto. Non si veicola, ma si lascia piena libertà di sentire, pensare e perché no, anche piangere.

Caterina Meniconi

27 giugno, 2009 at 17:07 by admin

Tags: festival, lalut, recensioni
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26 giu 2009

Pro & Contro 1#: Le Sagome di laLut

La sagoma ha i contorni sfocati, ha i lineamenti poco definiti. Ha un sapore sfuggente e un colore sgargiante. Ma la sagoma non è determinabile, non è concretizzabile. Come questo spettacolo, del resto.
Ci si trova catapultanti all’interno di un seggio elettorale, due cabine, una scatola al centro che conterrà i voti. Da dietro spuntano le tre sagome, una ad una,  in tutine aderenti e coloratissime. Indossano grossi anfibi e impugnano neri bastoni (che fanno molto Arancia Meccanica), sbattendo i quali provocano rumori, che sono le uniche cose  percepibili. Altrimenti non una parola. Non parlano, le sagome.
Si rincorrono intorno alle cabine elettorali, votano tappandosi il naso, impediscono alla terza sagoma di votare. Le strappano infatti il foglio più volte e la bloccano, dando vita così a gag frizzanti che vertono essenzialmente sulla mimica degli attori, dalla grande presenza scenica, e sui movimenti del corpo fasciati in quelle tute arlecchinesche. Il riferimento alle elezioni è cristallino, in questa prima parte, la concretezza della scatola con su scritto “ministero degli interni” non può che rimandare a quell’ “Evento”, croce e delizia del nostro paese. L’urna che diventa improvvisamente pesante, la molletta che viene messa sul naso al momento del voto, l’impossibilità per una di loro di votare sono tutti chiari riferimenti a un argomento preciso: le elezioni. E sembra sottintendere persino una presa di posizione, al riguardo.  Che ci piaccia o no il luogo deputato è quello e le attinenze non possono essere differenti. Ma qui si osa di più. Nelle parti successive, infatti, la scena cambia e delle elezioni più nemmeno la traccia: un  quadro di famiglia ci si pone innanzi, e anche le sagome sono vestite diversamente. Forse sono cresciute, hanno formato una famiglia, forse è semplicemente un’altra scena che non ha la presunzione di porsi in relazione con la precedente. E così anche per la terza “parte” in cui, ancora più invecchiate, le sagome forse aleggiano ancora di più nell’indefinito, nell’indeterminato. Perché le sagome sono sfuggenti e non si possono relazionare con la realtà.

Il problema è che il sasso è stato scagliato, ormai non è possibile far finta di niente. Dov’è  finito l’argomento accennato chiaramente sin da subito? Sin con il primo sguardo alla scena? Non si tratta di evocazione, in questo caso, si tratta di concretezza. Un segno tangibile è stato posto sul palco, con tutto un suo valore semantico dietro, ma viene lasciato lì, non si compie. Non si sviluppa, ed è un peccato perché si rimane con la bocca asciutta mentre si stava pregustando un argomento che poteva invitare alla riflessione. Perché la necessità di fuggire? Forse per ripiegare nell’astratto. Ma l’astrazione è un’arma a doppio taglio e rischia di confondersi facilmente con l’anarchia. La suggestione c’è, soprattutto grazie alle interpretazioni comiche e allo stesso tempo commoventi degli attori (Sergio Licatolosi, Francesco Pennacchia, Angelo Romagnoli), rese ancora più incisive dalla mancanza della parola. Il volto e il corpo hanno comunicato di più. Ma il dubbio, l’amaro, rimangono in merito alle scelte fatte dal regista.
Perché non mantieni quel che prometti,allor?

Francesca Sacco

26 giugno, 2009 at 18:44 by admin

Tags: festival, lalut, recensioni, Voci-di-Fonte
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23 giu 2009

Cristalline immagini, chiara musica, melodioso teatro.


Un festival di respiro internazionale, artisti provenienti da tutto il mondo, facce nuove e altre conosciute. Bagagli di esperienze a confronto, intemperie che metterebbero a dura prova Eolo in persona. Copioni, prove, compagnie teatrali sul palco, fantocci di stoffa, ortaggi per aria. E la musica? Sì, la musica. L’arte del sentire, prima che dell’ascoltare, le mani veloci di un pianista sui tasti neri, il soffio delicato di un limpido suono, il pizzico di una chitarra e la voce di una sirena. Saldo legame tra le arti che costruisce un percorso fondato sull’esperienza del sapere, del sentire e del fare. Le opere del pittore Klee: un copione da leggere. Pizzichi di corde da una coda di pianoforte scoperta, echi di un fiato d’ottone. Jacoviello e Partipilo riplasmano i significati, ricavano partiture inedite e catapultano il pubblico in una dimensione legata alla natura profonda del suono.Odor di zagara e brezza marina si mischia alla verbena più verde nello scenario silenzioso delle Fonti delle Monache. Profondo legame di ricordi che lega Rocco Giorgi e Anna Granata alla siciliana Rosa Balistreri, la signora della canzone popolare isolana. Poliedriche atmosfere e svariate forme prendono vita a Voci di Fonte, dove tutto è posto in essere, mutevole e insieme saldamente radicato.

Domenica F. Lo Giudice

23 giugno, 2009 at 17:17 by admin

Tags: altre-velocità, festival, lalut, Voci-di-Fonte
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22 giu 2009

Il teatro nei luoghi nascosti della città

«Modificando gli equilibri si cambiano i significati». Un presupposto semplice, dal quale Voci di Fonte sceglie per il sesto anno di riaprire i battenti. Fino al 26 giugno spettacoli, concerti, incontri e presentazioni di libri abiteranno gli angoli più nascosti della città. L’attenzione a un pubblico anche non troppo abituato alla scena, insieme alla qualità della proposta nazionale e internazionale, saranno il centro di un percorso che si è aperto ieri sera e punta a connettere spazi cittadini e slanci artistici in una comune immaginazione d’ambiente. Ne parliamo con i direttori artistici del festival, Angelo Romagnoli e Gianni Berardino.

In che modo interviene il festival nella fisionomia della città?

Il nostro obiettivo è quello di rivitalizzare e rifunzionalizzare spazi della città apparentemente abbandonati, o che gli stessi cittadini poco frequentano. Trovare nuovi luoghi di esperienze artistiche, in cui lo spettacolo diventa evento irripetibile nella misura in cui vive all’interno di uno spazio altro, uno spazio non canonico, come lo sono per esempio le Fonti delle Monache o Santa Maria della Scala.

Per quanto riguarda il programma quali sono state quest’anno le scelte artistiche del festival?

La prima parte del calendario punta a una sorta di fascinazione, si tratti di spettacoli che ci hanno catturato e speriamo ciò avvenga anche per chi di rado frequenta il teatro. Così incontriamo Diego Stirman, I Sacchi di Sabbia, Gli Omini. Poi avremo Daniele Timpano, Lalut con Egumteatro e un gruppo messicano scoperto a Cracovia che promette sorprese. Oltre agli spettacoli, il festival è anche occasione di formazione professionale, grazie all’ attivazione di molti laboratori e seminari.

Il festival si’mpegna anche nel trovare nuovi gruppi grazie al Premio Lia Lapini…

Certo. Il premio ha un molteplice obiettivo: quello di far sì che si possa costituire stabilmente un centro di produzione teatrale, e quello di garantire una certa continuità alla compagnia vincente e segnalata. E’ il caso per esempio del Teatro 2, che è stato menzionato alla scorsa edizione del Premio e che si ripresenta quest’ anno con “Acqua liofilizzata”, e del gruppo Teatropersona con il “Trattato dei manichini”.

Sei anni di festival. E’ cambiato qualcosa da quando avete iniziato?

Quando abbiamo iniziato certamente gli strumenti non erano quelli di oggi. Noi ci poniamo come ampliamento dell’ offerta rispetto al teatro più istituzionale. Stiamo crescendo, basta fare riferimento alle prenotazioni per gli spettacoli. Portare le persone a teatro, senza rinunciare a spazi di ricerca artistica, è la nostra scommessa. E’ importante creare una “massa critica”, diversi soggetti con cui creare relazioni culturali differenti. Il progetto “Identità in gioco”, per il quale abbiamo vinto un bando dell’UE, dall’anno prossimo muterà la conformazione di Voci di Fonte, e ci porterà ad aprire ancora di più il progetto del festival.

Federico Pischedda

22 giugno, 2009 at 10:34 by admin

Tags: festival, lalut, siena, Voci-di-Fonte
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