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2 lug 2010

(De)generazioni in campo - Conversazione con Marta Gilmore di Isola Teatro

A cura di Rosa Barca

La regista romana Marta Gilmore è venuta a trovarci durante il laboratorio di scrittura critica. Le abbiamo fatto alcune domande sul suo ultimo spetacolo, Senza Lear, vincitore del Premio Lia Lapini 2009.

Come è nato Senza Lear, come avete lavorato a partire dal testo di Shakespeare ?

Confrontarsi con Shakespeare è sempre un grosso rischio e ti mette di fronte a una serie di vicoli ciechi. Abbiamo dovuto combattere molto con questo lavoro, dopo il grande innamoramento iniziale. La collaborazione con il performer e coreografo brasiliano Alex Guerra, con cui abbiamo già lavorato in Brucia, è stata fondamentale. C’è stata una ricerca drammaturgica incrociata, tra me e lui, tra il testo e la relazione dei corpi nello spazio, che è un campo da gioco. Abbiamo lavorato sul corpo come su un testo, aiutando gli attori a raggiungere una centratura molto precisa. Il passaggio necessario è stato capire che, soprattutto dal punto di vista della drammaturgia e, di conseguenza, da quello della recitazione, non dovevamo giustificare il testo sul piano psicologico. Dovevamo uscire da una gabbia testuale e attoriale. Lo scarto è avvenuto quando abbiamo assunto nell’oggetto della drammaturgia tutti i tentativi e i fallimenti sperimentati: questo ha spostato il lavoro degli attori su un altro piano, che sicuramente non è l’unico dello spettacolo. Tre persone, con le proprie soggettività si confrontano con i personaggi a partire da una situazione ben precisa: la convocazione delle tre figlie di Lear a cui è stato chiesto di dichiarare il proprio amore al padre. Si tratta, per le tre sorelle, di misurarsi con una vera e propria performance, al fine di ereditare il potere. In particolare, l’attrice che interpreta Goneril, la maggiore, gioca su questo livello con una grande capacità di recepire sul momento quello che avviene dentro la struttura formale dello spettacolo.

Il ruolo di Goneril come “regista interna” è nato durante le improvvisazioni? Come siete passati, poi, alla scrittura drammaturgica?

Isola Teatro lavora solitamente con la scrittura di scena: una gran parte della composizione avviene dentro la sala prove. Quest’ultimo spettacolo, però, ha segnato una svolta. Tutto è partito dall’idea di lavorare sul Re Lear di Shakespeare dal punto di vista dei rapporti tra le generazioni. In seguito c’è stata la fase dell’improvvisazione, in cui ogni attore si è appropriato del personaggio che più gli rispondeva. Diversamente rispetto ai lavori precedenti, in questo caso ho lavorato sul testo successivamente, dall’esterno. Il gioco dello sdoppiamento dei personaggi, con l’apparizione di Gloucester, di Kent e del re di Francia, è nato da una mia proposta drammaturgica. Il risultato di questo procedimento è stato molto stimolante e sarà importante anche in futuro. Non si tratta di un semplice canovaccio su cui improvvisare, né di un testo da imparare a memoria, ma di una struttura, a tratti precisissima, con appuntamenti testuali molto dettagliati, che però vengono poi organizzati dagli attori sul momento. Una struttura fissa dentro la quale ci si può muovere liberamente, preparando ogni volta il passaggio successivo.

Nello spettacolo Reagan ha il corpo e gli abiti di un uomo. Qual è il motivo di questa scelta?

è successo per caso. Nel laboratorio sul Re Lear che ha preceduto le preparazione dello spettacolo, Armando Iovino, che è uno dei fondatori della compagnia, sì è spontaneamente appropriato del personaggio. è in ogni caso significativo che sia un uomo a interpretare una delle tre sorelle: io ci vedo un filo legato al gioco teatrale, che è uno degli aspetti più belli di questo testo: un gioco di trasferimenti di identità che è stato per noi un nutrimento molto forte.

L’attesa delle tre figlie di Lear può quindi essere intesa come un’aspettativa generazionale nei confronti dei “padri”?

Sì, si tratta di una generazione in attesa. Sarebbe bene che questa generazione smettesse di aspettarsi qualcosa dai “padri” e che cominciasse a chiedersi effettivamente cosa vuole, di cosa ha bisogno e cosa può fare per ottenerlo. In Shakespeare le tre figlie di Lear non riescono mai a fare i conti con il re e alla fine si fanno guerra tra loro. è una questione politica che riguarda il tempo e il paese in cui viviamo. I nostri “giovani” effettivamente non sono poi così giovani. Occorre essere feroci con noi stessi. Cosa si vuole? Cosa si è disposti a fare per ottenerlo? Queste sono le questioni più urgenti che vengono problematizzate nello spettacolo, questioni che ci toccano da vicino. Gli attori sono stati molto generosi e coraggiosi, usando se stessi in mondo spietato.

L’assenza di Lear, della figura paterna, che non compare mai nello spettacolo, richiama forse l’assenza di maestri di riferimento?

Sì, sicuramente. Infatti questo lavoro è anche ’senza Shakespeare’, che è il primo assente con cui fare i conti. Siamo orfani di maestri, e manca moltissimo il confronto con figure di riferimento. Viviamo in un tempo in cui c’è un processo inverso rispetto all’idea del progresso delle generazioni, che dovrebbero migliorare ogni volta rispetto a quelle precedenti. Dobbiamo fare i conti con questa situazione, che è oggettivamente tragica. E forse non siamo capaci di uscirne.

2 luglio, 2010 at 18:29 by admin

Tags: festival, intervista, isola teatro, premio, Voci di Fonte 010
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