Pro e contro #2: Le Sagome di laLut
Due cabine elettorali, un piccolo tavolo con una scatola su cui è scritto “Ministero dell’Interno”, fogli e matite accanto. Il bianco domina i teli delle quinte, il legno delle cabine e il cartone della scatola, in una scena che suggerisce un seggio elettorale, lontano dalla consueta immagine a cui la realtà ci ha abituati. Questo lo scenario in cui, una ad una, si muovono tre Sagome bizzarre, vestite di colori stravaganti che suscitano le risa degli spettatori. Con movenze comiche, miste di animalesco e alieno, e senza mai proferire parola, cominciano ad esplorare un luogo sconosciuto, fra guizzi, giochi e curiosità infantili, scoprendo finalmente la scatola, fulcro della scena. È pesante per le loro braccia, impossibile da spostare, e i loro inutili tentativi si trasformano in quadri esilaranti, specie nel momento in cui la scatola è per sbaglio sfiorata e fatta cadere a terra. Con fatica riescono a riporla sul tavolo, ma tutto è accaduto. Ne sono entrati in contatto e restano quasi contagiati dalla gravosità di quel peso, ne divengono schiavi. La carta e la penna il loro unico mezzo, il voto l’unico intento, che li percuote di brividi di piacere, annebbiandone le percezioni. Si vota con mollette che tappano il naso, ma uno dei “vermoni” non riesce a seguire le azioni degli altri che, anzi, lo osteggiano in ogni suo tentativo, privandolo della possibilità di votare ed arrivando a veicolarlo nella scelta. Questo il primo quadro scenico che porta con sé tematiche molto attuali, lasciando la libertà allo spettatore di ritrovarvi una propria lettura. Il peso di un unico voto, l’assenza del libero arbitrio, l’imposizione velata di scelte altrui e la facile corruttibilità di animi ingenui, sono alcuni degli spunti presenti e si sprigionano lentamente fra le ilari espressioni degli attori. Comicità quindi, ma che preserva significante e significato.
Le dinamiche si evolvono in tre quadri legati e in netto contrasto. Nelle cabine due realtà, comico e malinconico, convivono come sfondo musicale, l’uno in dita che sfregano un palloncino rosso, l’altro in un soffio di un’armonica: una cantante che intona “Boys don’t cry”, costruendo una scena tripartita, in cui lo spettatore può scegliere su cosa e chi volgere lo sguardo. Sono sempre loro, certo, ma trasformati, plasmati dalla Terra. O forse sono altri? Questi i pensieri che combattono nella mia mente. Ma che importa, osservo e sento, questo mi basta. In un attimo quelle due stesse realtà si trovano a contendersi il testimone per poter procedere nell’azione, ma la battaglia non ha fine, non si risolve adesso, non è il momento. L’ambientazione, con un cambio a vista delle cabine unite in un unico blocco operativo, diventa una casa in cui tre personaggi, suppongo padre, madre e figlio, cominciano ad agire. La comicità non ha lasciato il palco, pur macchiata di grottesco, e si mostra nella tensione sessuale tra i genitori che sembrano guardare al figlio come un peso, tanto da portare entusiasti in scena un dono, quella stessa scatola, cambiata, evoluta e scartata con avidità convulsa di fronte all’incredulità del figlio. Niente sorrisi per lui, solo la consapevolezza di doversene andare ed entrare nel mondo. Questo il messaggio percepito nel vederlo vestirsi con abiti a lui estranei, caricato di tavolo, sedia e vassoio del caffè e ammutolito con l’armonica che gli viene posta in bocca ed esala le sue ultime note. Ritorna, sì, ma porta con sé soltanto malinconia, che finalmente vince il testimone e diviene la regina della scena. Le due figure, un tempo dinamiche, sono adesso stanche, vecchie, trascorse. Anche lui è cambiato. Quell’ingenua incredulità ha lasciato il posto soltanto a disinteresse e freddezza. Ed ecco che si apre l’ultimo quadro: la madre, appesantita dal grasso e dal tempo, sembra alzarsi da terra, guizzare verso una luce che viene dall’alto, accompagnata dal suono melodico di dita passate sul bordo di bicchieri. Ma non è un riscatto e nemmeno una rinascita. Il suo volto è trasfigurato, quasi demoniaco nel vedere il marito morto sotto il suo peso. Dal sorriso meravigliato passa a schizofrenia pura, in cui le mani si agitano, le risa invadono la platea, morendo in un qualcosa che assomiglia al pianto. Buio.
Questa la mia visione de Le Sagome: angoscia e sofferenza, scelte indotte e vendetta indifferente; ma sia chiaro, soltanto la mia. Non si può esplicare del tutto e darne un’unica lettura. Dalla scena si aprono spunti di riflessione, dettati dall’anima di chi vede e non di chi agisce. Emozioni che nascono forse perché sopite e risvegliate dai quadri visivi sparati in platea. Posso dire che alla fine a stento ho trattenuto le lacrime, scoppiando in un pianto liberatorio. Non so spiegarne il motivo. È successo e basta. La mia interpretazione è che ognuno può riconoscervi paure e oppressioni proprie, altre da chi gli siede accanto. Non si veicola, ma si lascia piena libertà di sentire, pensare e perché no, anche piangere.
Caterina Meniconi
Appunti su Risorgimento Pop di Timpano/Andreoli
“Give me baby one more time”. Due preti in scena raccontano la “curiosa”- fanta-o-vera-o-presunta- Storia dell’ Unità d’ Italia. La Storia, o più modestamente una storia. Una storia come tante, una storia-storiella, una storia pop.
“Give baby one more time”. Due preti raccontano l’ Unità d’ Italia andando a snocciolare i mitici avvenimenti accaduti e depositati nel tempo del nostro immaginario italico, passato remoto in cui la storia “può” solo passando per momenti comunicativi tele-catodici, caricaturialmente melodrammatici…
“Give me baby one more time”. E l’incontro di Anita e Garibaldi è in un possibile set di fiction, o meglio telenovelas sudamericana… E poi di nuovo con la storia, la storia che si porta dietro il peso degli antefatti, del tutto ricostruiti, del tutto inventati a tavolino. “Garibaldi fu ferito” in un collage delirante verso lo svuotamento di senso, verso l’antieroico, l’antipaterno pettegolezzo, così che anche Garibaldi fu ferito, a quanto pare…
“Give me baby one more time”: incredibilmente, fantasticamente si ritrovano - oggi dopo centocinquant’ anni - il cadavere di Mazzini e una soluzione grigia e polverosa: Garibaldi, Garibaldi fu ferito, e la garibaldina gamba dei du mondi. Merce, oggetti, gadget esposti nell’ enorme stand da fiera del bel paese bello…
Garibaldi come Britney Spears.
Ecco che ci troviamo a giocare coi cocci della storia - evidentemente Timpano ci si diverte come con in “Dux in scatola” o “Ecce Robot” - una storia smembrata, una storia “sputtanata”, in cui gli attori si travestono da conduttori - attori - teatranti - veicoli di senso, del senso pop…
Spettacolo in cui i due attori si confrontano in pezzi di agile conduzione, prendendo a prestito forme comunicative diverse: la narrazione, la gag da avanspettacolo, l’ impostazione da fiction tv…
Timpano e Andreoli giocano sul disattendere i tempi teatrali, riproducendo di continuo all’ interno dello spettacolo lo stesso skecth, disinnescando l’ effeto sorpresa come a dirci “guardate che sorpresa adesso, proprio ora: ta-tà: sorpresa!”. Giro doppio dell’ ironia.
Il corpo di Timpano diventa marionetta multiforme: a momenti pare un corpo d’ avaspettacolo, a cui Andreoli fa da spalla all’ azione che non c’è, si perde nella voce del presentatore Timpano, nella sua voce.
E per finire: no, niente applausi, si esce di scena cercando forse il senso - oggi - del “fatto” e\o del fatto teatrale?
Qualcuno cercherà una risposta, per il momento: “give me baby one more time”.
Federico Pischedda
Pro & Contro 1#: Le Sagome di laLut
La sagoma ha i contorni sfocati, ha i lineamenti poco definiti. Ha un sapore sfuggente e un colore sgargiante. Ma la sagoma non è determinabile, non è concretizzabile. Come questo spettacolo, del resto.
Ci si trova catapultanti all’interno di un seggio elettorale, due cabine, una scatola al centro che conterrà i voti. Da dietro spuntano le tre sagome, una ad una, in tutine aderenti e coloratissime. Indossano grossi anfibi e impugnano neri bastoni (che fanno molto Arancia Meccanica), sbattendo i quali provocano rumori, che sono le uniche cose percepibili. Altrimenti non una parola. Non parlano, le sagome.
Si rincorrono intorno alle cabine elettorali, votano tappandosi il naso, impediscono alla terza sagoma di votare. Le strappano infatti il foglio più volte e la bloccano, dando vita così a gag frizzanti che vertono essenzialmente sulla mimica degli attori, dalla grande presenza scenica, e sui movimenti del corpo fasciati in quelle tute arlecchinesche. Il riferimento alle elezioni è cristallino, in questa prima parte, la concretezza della scatola con su scritto “ministero degli interni” non può che rimandare a quell’ “Evento”, croce e delizia del nostro paese. L’urna che diventa improvvisamente pesante, la molletta che viene messa sul naso al momento del voto, l’impossibilità per una di loro di votare sono tutti chiari riferimenti a un argomento preciso: le elezioni. E sembra sottintendere persino una presa di posizione, al riguardo. Che ci piaccia o no il luogo deputato è quello e le attinenze non possono essere differenti. Ma qui si osa di più. Nelle parti successive, infatti, la scena cambia e delle elezioni più nemmeno la traccia: un quadro di famiglia ci si pone innanzi, e anche le sagome sono vestite diversamente. Forse sono cresciute, hanno formato una famiglia, forse è semplicemente un’altra scena che non ha la presunzione di porsi in relazione con la precedente. E così anche per la terza “parte” in cui, ancora più invecchiate, le sagome forse aleggiano ancora di più nell’indefinito, nell’indeterminato. Perché le sagome sono sfuggenti e non si possono relazionare con la realtà.
Il problema è che il sasso è stato scagliato, ormai non è possibile far finta di niente. Dov’è finito l’argomento accennato chiaramente sin da subito? Sin con il primo sguardo alla scena? Non si tratta di evocazione, in questo caso, si tratta di concretezza. Un segno tangibile è stato posto sul palco, con tutto un suo valore semantico dietro, ma viene lasciato lì, non si compie. Non si sviluppa, ed è un peccato perché si rimane con la bocca asciutta mentre si stava pregustando un argomento che poteva invitare alla riflessione. Perché la necessità di fuggire? Forse per ripiegare nell’astratto. Ma l’astrazione è un’arma a doppio taglio e rischia di confondersi facilmente con l’anarchia. La suggestione c’è, soprattutto grazie alle interpretazioni comiche e allo stesso tempo commoventi degli attori (Sergio Licatolosi, Francesco Pennacchia, Angelo Romagnoli), rese ancora più incisive dalla mancanza della parola. Il volto e il corpo hanno comunicato di più. Ma il dubbio, l’amaro, rimangono in merito alle scelte fatte dal regista.
Perché non mantieni quel che prometti,allor?
Francesca Sacco
Recensione di “Entremets” di Diego Stirman
Diego Stirman in apertura al Festival. L’artista argentino ha proposto il suo spettacolo per due pomeriggi di seguito in Piazza del Campo, davanti a Fonte Gaia. Un po’ di commozione e molte risate.
Lo spettacolo inizia con la richiesta da parte dell’artista di applausi. “Perché ho un ego enorme, mi chiamo anche Di – ego” – grida l’artista. Diego fa votare gli spettatori per alzata di mano la lingua in cui lo spettacolo dovrà essere fatto: - “Perché siamo ancora in un paese democratico, o no?…” Un voto del resto pilotato, dato che la scelta viene presa dal clown stesso, ed è una lingua ibrida, già di per sé inevitabilmente comica: argentino italianizzato, a volte intriso di francese. Uno spettacolo costituito da “tragedia”, magia, e “cultura”. La “tragedia di Pandora”, raccontata attraverso le marionette, costituisce forse il momento più intenso di poesia, in particolare quando un piccolo omuncolo spunta fuori da un cesto e dialoga e lotta contro la mano di Stirman. Poi uno “espectaculo de magia” che si rivela essere effettivamente quello di un mago buffone e ciarlatano. E infine il momento più esilarante: una relazione/dimostrazione sulla cultura dell’Oriente, in cui il nostro Diego, per darci un’idea di una risaia vietnamita, entra in costume da bagno, con pinne e boccaglio, in un container di latta pieno d’acqua, e rimane più volte incastrato dentro, schizzando gli spettatori nel tentativo di disincastrarsi.
Le risate sorgono irrefrenabili e coinvolgenti, quasi ininterrotte per tutto il corso dello spettacolo, e raggiungono il massimo di picco nei momenti in cui Diego è estremamente serio, o in collera con il pubblico chiamato a partecipare sul palco. Molte persone di passaggio per Piazza del Campo si fermano e si siedono, attratte dai divertenti sketch da teatro di strada del clown: vecchine senesi in un primo momento diffidenti si vanno a sedere sui bordi di Fonte Gaia, a sinistra del palco. Ai bordi di destra invece il chiacchiericcio di un gruppo di teen-agers viene zittito, e i ragazzi rimangono talmente colpiti da andare a chiedere l’autografo dopo la performance. Turisti italiani e stranieri con carrozzine e bimbi incuriositi vanno a circondare Stirman, che mette tutta la sua energia per buttarsi a testa in giù nel container vietnamita e fare un numero di apnea.
Ha convinto dunque il poliedrico artista argentino, nonché ex-medico. Convince per essere riuscito a coinvolgere e intrattenere spettatori di tutti i tipi ed età, ma anche per aver portato in un luogo simbolo di Siena quale è Piazza del Campo un po’ di irriverenza e anticonvenzionalità.
Giulia Romanin
Conversazione con Tommaso Sbriccoli e Giancarlo Pichillo, antropologi, a proposito del film “Come un uomo sulla terra” e del progetto “Io non respingo”
Come nasce il votro lavoro?
Tommaso Sbriccoli - Nasce all’interno di una campagna nazionale lanciata da alcune associazioni di Roma e italiane, come Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.com), che tiene conto di un bollettino di guerra della strage continua della migrazione verso l‘Europa, Asinitas Onlus (www.asinitas.org), una scuola d’italiano in cui vengono date conoscenze anche di ripresa video e in cui Dagmawi Yimer, uno degli autori del film ha imparato le tecniche di ripresa e ha deciso di sviluppare questo video partecipativo con Zalab (www.zalab.org), che lavora da anni sulla creazione di narrazioni filmiche.
L’iniziativa si propone, tra il 10 e il 20 giugno 2009 in tutta Italia, di mostrare il film e creare un dibattito sulla migrazione in Italia e in Europa. Le date sono state scelte perché il 10 giugno 2009 è la data dell’arrivo in Italia di Gheddafi. Vogliamo mettere in discussione la relazione tra Italia e Libia e il rapporto di gestione dei flussi che crea, con la connivenza delle istituzioni italiane, la situazione dei campi Libici e delle tragedie a cui assistiamo; il 20 giugno 2009 è la giornata mondiale del rifugiato che esisteva dapprima in Africa, poi dal 2000 riconosciuta con il patrocinio dell’Onu, importante per sensibilizzare sulle tematiche del rifugio, dell’asilo politico e delle guerre globali. Ci sentivamo di appoggiarla e di farci portavoci del film, per la ricerca che abbiamo compiuto quest’anno all’interno del Dipartimento di Antropologia, Filosofia e Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Siena. Ci siamo costituiti in un’associazione informale di antropologi, Asilo Antropologi, e abbiamo fatto ricerca a Follonica in un campo temporaneo per richiedenti asilo, in un villaggio turistico diventato un centro d’accoglienza per quatto mesi da novembre a marzo-aprile 2009, attraverso un progetto elaborato dal Dipartimento in convenzione con la Costituzione di Follonica. Il rapporto che si è creato con le persone, e lo sguardo che siamo riusciti a gettare su questa realtà di micropratiche e di rapporti personali, ci hanno portati ad interessarci più attivamente a questo tema. L’iniziativa si configura da un lato con la presentazione del film, riguardante le storie di vita di alcuni emigranti, che sono stati in campi dell’esercito e della polizia libica, una discussione quindi sia su queste tematiche generali, sia sulla ricerca sul particolare, con la proiezione di un reportage fotografico di Daniela Neri, svolto a Follonica, e un intervento di Amnesty International che patrocina la raccolta firme “io non respingo” lanciata da Asinitas Onlus e Fortress Europe. Una serie di iniziative che mettono insieme campagne nazionali ed esperienze locali, che sperano di coinvolgere la cittadinanza in una discussione ad ampio raggio.
Come sperate che il pubblico del film risponda?
T. S. - Nostra volontà è quella di rendere pubblico un dibattito che spesso avviene solo a livello mediatico
e talvolta indirizzato…
Giancarlo Pichillo - Anche noi indirizziamo, ma ad uno sguardo comparativo. Da antropologi possiamo mettere in luce come l’Italia, stato di diritto, non mantiene tale promessa. Non siamo ai livelli parossistici della Libia che emergono nel film, ma l’esperienza follonichese racconta quello che c’è nel mezzo fra l’arrivo del barcone e la vita del protagonista e del co-autore del film. Un universo variabile di possibilità per il richiedente asilo, frutto di un clima legislativo denominato da un contesto definito di emergenza clandestini. Follonica ci mostra qualcosa che stride con la nostra percezione del diritto, in quanto luogo accogliente, ma in cui non c’è integrazione, perché manca una tutela giuridica. Queste persone, che non parlavano italiano, sono state lasciate alla mercé di un iter giuridico burocratico che, senza un interveto esterno, avrebbe condotto ad un respingimento della loro domanda d’asilo. Lo sguardo comparativo può aiutarci a relativizzare le nostre certezze, senza andare a sbiancare le responsabilità che possono essere della Libia, dell’unione europea o di altri stati africani. Contemporaneamente ci racconta quell’universo grigio non mostrato dai media e dai politologi, fatto di iter burocratici lunghissimi, che distruggono la personalità interiore e bloccano l’accesso all’integrazione, alla cittadinanza e ai diritti.
…quindi anche nei centri d’accoglienza gli immigrati vengono lasciati a se stessi?
T.S. - È un sistema che funziona a vari livelli e si può parlare a questo punto di un mercato dell’immigrazione. L’Italia ha una doppia retorica: da un lato si sente abbandonata dall’Europa nella gestione dei flussi, dall’altro prende molti soldi dall’Unione Europea che vengono utilizzati in esternalizzazioni e nell’inserimento di privati. In questo doppio binario si hanno istituzioni come l’Ospedale Desprar in cui i richiedenti asilo sono inseriti con bandi pubblici e con una sorta di garanzia di statuto, assistenza legale, psicologica, ottenendo la possibilità di imparare l’italiano e di intraprendere il percorso burocratico con il sostegno di persone che conoscono la situazione italiana e possono indirizzarli. Coesistono, così, mondi paralleli, come Follonica o i Cara, dati spesso in gestione di terzi secondo una captazione priva di ogni regolamento. A Follonica la prefettura ha contattato direttamente un imprenditore locale, bypassando il comune la provincia e la regione, affidando il compito di gestire 200 persone nel suo villaggio turistico per circa un milione e mezzo di euro, per quattro o cinque mesi di ospitalità.
G.P. - Lo SPRAR emerge come elemento positivo, ma posside una politica al ribasso. Frutto della Bossi-Fini, ha uno sguardo caustico verso gli immigrati, perché pone dei limiti di sei mesi, dopodiché, se tu migrante e hai imparato l’italiano e sei riuscito ad inserirti in un percorso, bene, sennò… Ovviamete poi ci sono le pratiche, che sono una cosa diversa, e anche le strutture stesse, che a volte non se la sentono di buttare fuori queste persone.
T.S. - Si parla dell’utilizzo dei fondi attribuiti per l’accoglienza, per la ristrutturazione di alberghi rifatti a nuovo ospitando d’inverno richiedenti asilo e ricominciando la propria attività nei periodi turistici. Ciò avviene al di fuori di bandi pubblici, con la politica italiana di rapporto diretto fra istituzioni e privati. Problematiche che riguardano da vicino ciò che noi siamo disposti a tollerare e che ci cambia. È un processo di sensibilizzazione che vuol essere di ampio respiro, poi avremo due ore, chissà cosa riusciremo a fare!
G.P. - Oltre la presa di coscienza di questa disumanizzazione vogliamo far passare un messaggio chiaro: non si bloccano i flussi con politiche populiste o razziste! Esiste una sperequazione di risorse e di accesso ad esse. Queste persone non si fermeranno perché noi chiudiamo i confini, perché i confini sono porosi per definizione. Se volessimo essere egoisti bisognerebbe dire “non abbiate bisogno di venire qua”. Si deve creare una coscienza, perché c’è un’umanità dietro a queste persone e dei motivi che vanno fatti emergere. Se vediamo il migrante quando è su una nave, e non c’interessa per nulla il contesto da cui parte, non lo capiremo mai.
T.S. - Danilo Zola, un politologo, afferma che dovremmo passare dal diritto a migrare a quello a non migrare.
Dopo questo progetto, avete pensato di proporne uno che si occupi di accoglienza e di cittadinanza?
T.S. - Abbiamo proposto un progetto, con il Dipartimento, a livello regionale, scritto negli ultimi mesi, aspettiamo risposta dall’Assessorato alle Politiche Sociali. L’idea è quella di studiare il sistema di accoglienza toscano e creare un gruppo di ricerca, cercando di comprendere quali sono le criticità e potenzialità, per il riconoscimento dei diritti e la concessione della cittadinanza, fondamentali per qualunque persona che calchi il suolo della nostra nazione. A Torino alcune associazioni di terziario hanno sviluppato un progetto con associazioni per riuscire a fornire, dall’arrivo fino all’integrazione, l’accesso a istruzione, assistenza legale e psicologica, ma anche l’ inserimento nel mondo del lavoro e l’inserimento nel mondo dei diritti. Bisognerà vedere come procede e noi vorremmo anche per la Toscana arrivare ad uno sbocco del genere.
G.P. - Noi italiani la conosciamo bene. Siamo emigrati ovunque e siamo ancora emigranti. Non mi riferisco solo ai poveracci, ma anche alle persone con cui stai parlando ora, che magari domani decideranno di andare a lavorare in Europa perché qui non c’è niente.
T.S. - In America per la Gelmini ci possono dare asilo politico, potendo dimostrare di essere perseguitati! (risate)
G.P. - Anche Garibaldi era un rifugiato – e magari fosse rimasto fuori dico io….. se non fosse tornato mai sarebbe stato meglio. Questo progetto può essere un piccolo passo, certo occorre coinvolgere tante persone.
Il razzismo dei cittadini è innato? Qual è il motivo di questa chiusura morale, considerato il nostro passato?
T.S. - È complesso. Non esiste un razzismo strutturale, ma è il prodotto di un certo tipo di relazione sociale e politica della differenza e la situazione attuale italiana è idonea a crearlo.
Stiamo facendo un diario dell’esperienza follonichese e, analizzando la stampa di quei mesi, ci siamo resi conto di come i giornali costruiscano la figura dello straniero secondo metodologie che non mettono mai in discussione il proprio statuto di verità. Tale meccanismo è utilizzato per far passare qualsiasi visione, anche la più abietta, come naturale, creando nell’opinione pubblica un immaginario dell’immigrato che può essere tirato fuori ad hoc. A Follonica c’è stato il terrore di una presunta epidemia di Tbc, portata dagli immigrati! Archetipi e visioni che fanno pensare che il razzismo sia insito nella natura dell’uomo. In realtà non è così.
G.P. - La diffidenza dell’altro, quella sì può essere strutturale , però chiamarlo razzismo no, perché è contestuale. La società stessa è complessa in sé e sarebbe sbagliato dare un’idea di un monolite che rifiuta. Però un tempo di incertezza economica, il processo di deterritorializzazione, di flussi di persone, le immagini curate dai media, l’ignoranza, possono sfociare in episodi di razzismo. È grave e può diventare strutturale quando interviene lo stato, e qui lo stato sta intervenendo. Ci deve essere una resistenza, un non chiudere gli occhi, perché non basta dire “io non sono razzista, io vi voglio bene” No! Devi remare contro il razzismo di stato, perché sennò fra quelli favorevoli e quelli che se ne lavano le mani, chi veramente lotta viene emarginato. L’apatia è peggio, io preferisco una coerenza, almeno so dove colpire!
Speciale Lia Lapini #4: Senza Lear di Isola Teatro, vincitore del premio 2009
Una rivisitazione dell’opera shakespeariana Re Lear è stata presentata dalla compagnia teatrale Isola Teatro. Senza Lear, questo è il nome del progetto teatrale, si è aggiudicato il premio Lia Lapini raccogliendo il consenso della giuria. Una rappresentazione originale, dunque, che i tre teatranti mettono in scena nelle vesti di Cordelia, Goneril e Reagan, le tre figlie del Re, destinate a spartirsi il regno a seconda di quanto amore riusciranno a dimostrare attraverso il discorso da destinare al padre. Nei venti minuti a disposizione degli attori è stata presentata una sorta di prefazione all’opera di Shakespeare, in cui vi è una preparazione del discorso che le sorelle dovranno presentare al Re. I personaggi sono stravolti nella loro identità, parodiando la figura di Cordelia, rendendola frivola, e accentuando la rigidità di Goneril e l’insicurezza di Reagan. La scelta di un’interpretazione umoristica di una delle pietre miliari della drammaturgia di tutti i tempi è stata accompagnata da una scenografia semplice su sfondo nero dove i tre attori, inizialmente seduti, si muovevano a volte vorticosamente per tutta la scena, giocando con le ombre proiettate sullo sfondo. Tre sorelle che vogliono forse farci riflettere sulle relazioni di potere che intercorrono tra le varie generazioni, contestualizzando il tutto all’interno di un’oppressiva e patriarcale struttura familiare. Dalla rappresentazione del frammento, va detto tuttavia che questa volontà non è apparsa lampante. Siamo curiosi di vedere come si evolverà questo progetto, gustandolo magari nella sua interezza.
Mattia Amato
Speciale Lia Lapini #3: Metrocubo-teatral rialiti di Roberto Caccavo
Una casa in un teatro. Un letto, una cucina colorata, delle pentole, una televisione con lettore dvd, persino un water. C’è proprio tutto. Anche un nano soprammobile, e anche una gallina finta. La cucina tutta in rosso e l’ombrello-lampada che troneggia sul Wc è rossa anche lei. C’è persino un ragazzo che dorme nel suo letto. Lo si osserva in silenzio, mentre compie le azioni quotidiane come andare al bagno. Come cucinarsi i pop-corn, o accendere la televisione. Il suo sguardo quasi terrorizzato mai si stacca dalla platea fatta di involontari guardoni, di osservatori indiscreti di una realtà quotidiana, della vita di qualcuno che si ritrova, forse senza volerlo, ad essere spiato. Ma da spiato l’uomo diventa spia, da osservato diventa osservatore. Infatti, lo cogliamo in flagrante mentre accende la televisione e il canale si sintonizza su un reality: “Tre persone, tre motivazioni” viene chiesto all’attore che interpreta Biancaneve dentro lo schermo. Sono tre nomination, che regolano il gioco delle uscite da tutti i reality esistenti, e l’attore-Biancaneve intesse un vero e proprio sketch comico. Ma il giovane non reagisce, fissa il pubblico e rimane davanti allo schermo incantato, ma non divertito. Semmai alienato.
Il progetto di Roberto Caccavo, Metrocubo-teatral rialiti, nasce proprio da un riflessione sulla quotidianità, sulla società e i suoi piani di esclusione e di alienazione dell’individuo e diviene presto un gioco metateatrale di continui rimandi e capovolgimenti di ruolo: pubblico-attore, personaggio-attore, personaggio-spettatore. Equilibrio per ora assai precario.
Francesca Sacco
Recensione di “Who laughs at my fears”, della Compagnia Hernàn Cortes
Chi ride delle mie paure? Questa è la domanda che ci pone la Cooperativa Gimnástica México-Polaca nel mettere a frutto le lezioni di ginnastica del maestro Hernán Cortes. E’ sua, infatti, la voce narrante che spiega al pubblico presente il motivo di questo spettacolo: esorcizzare le proprie paure. E la compagnia “dei messicani” lo fa compiendo ripetutamente otto esercizi ginnici, esasperati, convulsi, a tratti instabili. Dietro questi ci sono altrettante idee portanti a cui, i sette personaggi sul palco, danno vita con una ciclicità degna di un meccanismo d’orologeria: il tango, la paura dell’alcool, la paura di essere messi con le spalle al muro, emigrare, la favola, possedere un’auto, l’amore e il suicidio. Il teatro dei Rinnovati - restaurato da qualche settimana - dà alla rappresentazione un tocco in più di fascino e suggestione alla sala da ballo in cui idealmente si svolge questo rito di liberazione dalle proprie angosce, dalle proprie inquietudini, sulle note di musiche sudamericane, israeliane e della tradizione napoletana. Spettacolo che appare caotico e intricato, ma del quale convincono alcune gag, come quella in cui gli ingredienti di varie pietanze, italiane e non, sono impersonati dagli attori stessi che si mescolano sul palco come fosse una larga padella oleata; oppure altre ancora in cui veniamo catapultati in un viaggio su macchine anni ’60, delle quali rimane soltanto il muso montato su dei lunghi carrelli. Un momento di riflessione coglie gli spettatori al suono delle parole di Ugo di San Vittore, monaco sassone del dodicesimo secolo, citato mentre la compagnia si accingeva a scongiurare la paura dell’emigrazione: “L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un principiante, quello per cui ogni suolo è come il suolo natio è già più forte, ma perfetto è l’uomo per cui l’intero mondo è un paese straniero”. L’essere ramingo che prevale sulla staticità, condizione che rispecchia la predisposizione dell’attore e sicuramente dell’animo di questa briosa compagnia.
Domenica F. Lo Giudice
Recensione di “Aspettando Godot” di laLut/Egumteatro
Due figure nell’incessante attesa di Godot, che si muovono fra dialoghi inconcludenti, incontri con personaggi dall’aspetto strano e capovolgimenti dettati dal destino. Sopito sotto la polvere di messe in scena monotone e penalizzato da scelte registiche desuete, rinasce nello spettacolo dei laLut / Egumteatro il più noto testo beckettiano. “Aspettando Godot” spinge la scrittura a livelli tali da renderne quasi impossibile il confronto diretto, rivoluzionando il linguaggio scenico e postulando forse il suo esaurirsi. Sfida dei co-produttori del Festival, oltre a dare nuovamente voce a Vladimiro, Estragone, Pozzo e Lucky, era quella di attualizzare l’opera e renderla attiva in uno spazio scenico insolito ed extra-teatrale, adattato e studiato con e per la messa in scena. Ad ospitarla una sala del complesso museale Santa Maria della Scala lo scorso 23 giugno. Pareti in mattoni rossi e porte di vetro a contrasto divengono lo sfondo dell’azione, con la cavea di legno scarna e suggestiva, in cui gli attori si muovono fra gli spettatori. Niente e nessuno è fuori dal gioco. Sedie dalla vernice scrostata, scarpe abbandonate, neri cappelli e valige di un tempo, stridono in momenti di rumoroso silenzio, diventando personaggi concreti. I registi Annalisa Bianco e Virginio Liberti costruiscono uno spettacolo che cura ogni elemento e riunisce la tricotomia attore-personaggio-spettatore. Il pubblico diviene parte integrante della scena: è personaggio per Vladimiro e Estragone ad attenderlo in platea e, come essi stessi dicono, massa di scheletri sul palco nel secondo atto, che si apre con Massimiliano Poli / Vladimiro solo, ancora in attesa di Godot, di Estragone o forse di un impossibile evolversi degli eventi. La parola, le pause e i silenzi beckettiani, che sconvolsero Parigi nel 1953, prendono forma concreta grazie alla costruzione dei personaggi, resi finalmente reali e tangibili, pur rispettati nella loro originaria impronta surreale. Vladimiro ed Estragone (Francesco Pennacchia) sono divertenti e malinconici nel loro rapporto, senza mai essere scontati; sfaccettato è il Pozzo di Angelo Romagnoli, comico nelle sue espressioni, dinamico nel coprire ogni punto del palco e tragico, ma mai patetico, al rientro nel secondo atto. Il piccolo messaggero bambino, che annuncia per ben due volte la mancata venuta di Godot, padroneggia la scena e l’attenzione con il suo “Si signore, no signore”. Straordinario Sergio Licatalosi, che cattura ogni singolo sguardo sviscerando un Lucky espressivo e interiorizzato. La figura più magnetica della serata dona un personaggio tridimensionale e sofferente nella sua follia, con una gestualità centellinata in ogni più piccolo movimento ed una mimica facciale che trasfigura i tratti del volto. Sicuramente uno degli spettacoli più poliedrici del Festival, che racchiude comico, tragico e indagine, attualizzando le tematiche di Beckett e avvicinandoci tutti a i suoi personaggi.
Caterina Meniconi
Recensione di “Risorgimento Pop”
Piacere sono Britney, vi presento Garibaldi e Mazzini…
Due figure sul fondo. Hanno il volto coperto da un fazzoletto, che subito abbandonano per indossare, compiaciuti, scuri occhiali da sole. Daniele Timpano e Marco Andreoli si presentano così, tanto per sembrare un po’ pop anche loro. Del resto pop è Garibaldi, indiscusso protagonista dello spettacolo, ed è pop anche Britney Spears, le cui alterne vicende farebbero invidia persino al caro vecchio “Peppino”. Popolari sono un sacco di cose, dal partito di Casini a Miss Italia, ma “pop” no, in pochi possono vedersi insigniti di tale epiteto. Il Bacio Perugina, ad esempio, quello è pop. E’ un viaggio all’insegna di dialoghi fantastici, di battute sparate in faccia allo spettatore tra il parodico e il demenziale, che confluiscono nelle vicende “storiche” di Garibaldi-fu-ferito-ad-una-gamba. Quasi a dire che la storia stessa, in fondo, mica esiste, come l’Italia che parrebbe resuscitata ma che invece è morta, morta stecchita. Scheletrita, rinsecchita come il cadavere e la gamba mutilata di “Pippo” Mazzini e “Peppino” Garibaldi, portati a sorpresa sul palco. Finalmente, si spera, è giunta l’ora del ricongiungimento. Ma la pace non s’ha da fare. Tanto, l’Italia non esiste più. Il Risorgimento è tutta una bufala, per questo è pop. Una bufala pop. E se esistesse un superlativo, lo useremmo di certo.
Francesca Sacco